EVENTI MONTEGIORDANO

EVENTI MONTEGIORDANO

MONTEGIORDANO, SLOW FOOD ALL’8 SAGRA DEI PISELLI

Promuovere i prodotti e, quindi, le aziende, specie se espressione di quei giovani ritorni manageriali alla terra che decidono di investire qui competenze acquisite altrove e saperi e tradizioni ereditate, significa anche e soprattutto valorizzare quei territori che stanno dietro quei prodotti e dietro quelle scelte. Sicuramente l’Alto ionio cosentino rappresenta una delle aree più importanti di impegno in questa direzione della nostra Condotta sia per la vivacità che si registra nelle produzioni di qualità, sia per la spiccata biodiversità autoctona testimoniata, insieme ai piselli di MONTEGIORDANO e del territorio, anche, fra gli altri, dalla mandorla di AMENDOLARA, dall’arancio biondo tardivo di TREBISACCE e dalla ciliegia di ROSETO CAPO SPULICO .

È quanto dichiara il Fiduciario Lenin MONTESANTO che insieme a Saro COSTA, responsabile eventi del sodalizio, coglie l’occasione per ringraziare in particolar modo Enzo ARCURI, in rappresentanza del Comitato cittadino di MONTEGIORDANO, per aver fatto crescere di anno in anno insieme al Comune l’atteso appuntamento della SAGRA DEI PISELLI E DELLE FAVE che, giunta all’8ª edizione si terrà i prossimi SABATO 14 e DOMENICA 15 APRILE.

L’evento, che sposa missione e filosofia di Slow Food, è patrocinato dal Convivium POLLINO – SIBARITIDE – ARBERIA e dalla locale Amministrazione Comunale.

La due giorni, dedicata quest’anno, al sogno possibile del Maestro Antonio INTROCASO, si svilupperà lungo VIA DEL CARMINE. Dalle ORE 18 di SABATO 14 sarà possibile degustare piatti tipici agli stand enogastronomici. Alle ORE 20,30 concerto di musica blues con i RESPUBBLICA con Mino LIONETTI (armonica e voce), Antonio FINAMORE (voce e basso), Tony MIOLLA (chitarra) ed Egido STIGLIANO (batteria).

DOMENICA 15 alle ORE 9 partirà il percorso estremo con fuoristrada. Alle ORE 11 apriranno gli stand enogastronomici e successivamente anche la ludoteca LE CIRQUE PARBLÈ-LUDOBUS. Nel primo pomeriggio, alle ORE 14, protagonista la musica popolare. Dalle ORE 16 andranno in scena gli spettacoli IL GRANDE LEBUSKI VITA A PEDALI e ILARIA con le acrobazie.

 

A spasso con Mestolo a Montegiordano (Cosenza)

Secondo il pensiero di Mestolo, la nostra insostituibile e ammirevole guida, gli abitanti della comunità residenti sull’altopiano di Menzinara decisero di trasferirsi in un luogo posto più in alto verso l’entroterra, a poco più di seicento metri sul livello del mare, per fondare il borgo di Montegiordano, lo fecero, non solo per sfuggire alle spiacevolissime incursioni saracene, ma, anche, e soprattutto per costruirsi una casa dotata di camere con vista puntate sul bellissimo e commovente ultimo tratto di mare, azzurrissimo e cristallino, appartenente all’alta costa Ionica cosentina, una vera gioia per gli occhi. L’anno di fondazione del borgo, probabilmente, fu tra il 1645 e il 1649, ma vi sono testimonianze che la zona fu abitata a partire dal IV secolo a. C. nel già citato pianoro di Menzinara scavi archeologici hanno portato alla luce reperti di un edificio di forma rettangolare, adibito a fattoria, composto da sette ambienti posti intorno ad un cortile. Al suo interno è stato rinvenuto, anche, un piccolo tesoretto di monete composto da tre argenti di Crotone ed Eracle e nove bronzi di Metaponto. Tutta la struttura edilizia risale all’ epoca ellenico-romano. Il nome Montegiordano deriva dal greco-bizantino Hòra Iordànou, che vuole dire “città di Iordanus.  L’amico cuoco si dirige adesso verso la località detta Piano delle Rose, che si trova a ridosso della Marina di Montegiordano, per farci conoscere il “Castello”. Il maniero fu eretto nel Diciassettesimo secolo dalla famiglia Pignone del Carretto a uso abitativo nella stagione, invernale, e residenza di caccia. Il “Castello” si presenta imponente, forte e squadrato, come una vedetta che scruta tutto l’orizzonte con occhi zelanti. Tutta la struttura ruota intorno ad un ampio cortile al cui centro si trova un pozzo. Un arco a tutto sesto incornicia una comoda scala che porta al piano superiore.Nelle vicinanze del “Castello”, in una zona più bassa, vi sono i resti di una bella ed elegante chiesetta intitolata alla Madonna del Carmine la cui prima costruzione risale tra i secoli XI e XIII, all’interno si possono ancora ammirare l’altare in pietra e marmo e sulle pareti alcune parti di antichi affreschi. Ai primi del Novecento fu ricostruita e l’interno conserva un piccolo trono in legno dato in dono dalla famiglia Solano.

 

Raccontando Montegiordano. La vecchia Fornace e le notizie “piccanti” del Padula

 

Mentre imbocco la prima delle numerose curve che portano a Montegiordano paese un’anziana signora mi chiede il passaggio e con la consueta curiosità della nostra gente vuole subito sapere da dove vengo e chi sono. La signora mi dice: «mi chiamo Carmela e mio marito si chiamava Carmine; la nostra piccola masseria era vicino alla cappella del Carmine; pure i miei nipoti si chiamano Carmine». Infatti, il nome più diffuso a Montegiordano è Carmine, ma la signora ci tiene a spiegarlo: «nel nostro paese siamo stati sempre devoti della Madonna del Carmine, che si trova vicino al vecchio castello e si festeggia con grande afflusso di gente il 16 di luglio».

Aggiunge che la festa più importante è quella del patrono Sant’Antonio, che si celebra il 13 giugno. Nella seconda domenica di maggio si teneva anche la fiera. Visto che siamo nel campo religioso, chiedo pure dei canti popolari dedicati ai santi: ricordo le registrazioni del professor Leonardo Alario fatte nel 1982, il quale ha raccolto anche le canzoncine della Settimana santa. Cantavano Antonio Pellitta, Domenico Giampietro, Agnese, Rosa e Maria Franco, Giuseppina Toscano e Maria Domenica Giacumbo. Belli anche i canti di pellegrinaggio alla Madonna del PollinoSimi venuti da longa via. Altre canzoncine sono dedicate a Santa Lucia e a S. Rocco. E a Carnevale è bello riascoltare Oj cumpàre mie, cantata dall’indimenticabile non vedente Antonio Pellitta e da Domenico Giampietro. Però, c’è pure qualche canzoncina che prende in giro i poveri emigranti d’America: E llu cafone s’è mmìse’i guan (Il cafone ha indossato i guanti, ndr). La nostra signora è una miniera di notizie, peccato che dopo tante curve, siamo arrivati già al paese, che nell’800 l’abate Padula, lo vedeva così: «Montegiordano è sul pendio del timpone Pizzuto; ha vasto orizzonte. All’interno delle case hanno il pozzo sorgivo».

La mia simpatica compagna di viaggio dice che «nella masseria di Monte Melazzo c’erano tanti tesori, ma nessuno è riuscito ancora a scovarli». Vincenzo Padula si divertiva a raccogliere notizie “piccanti”, specie se riguardavano monaci e preti: «A Montegiordano, i preti hanno le puttane; però il vescovo Acciardi non punisce l’arciprete Andreassi, nella cui casa riceve il caffè da Maria Domenica». Comunque, anche don Vincenzo Padula era prete, e in una della tante carte dei suoi preziosi appunti aveva scritto delle “sette donne da lui amate”. Lo scrittore di Acri ci ricorda anche il costume femminile di Montegiordano: «panno trinato in testa, nero o rosso; fazzoletto al collo, camicia con riccio, sinale, gonnella di panno nero, u jettulo nero». Il costume maschile lo vediamo nelle fotografie di Pietro Tarsia, di Di Lernia  e di Riccardo Liguori: pantaloni di velluto nero, camicia bianca, e in tempo di lutto, la cravatta nera. E’ interessante riportare anche questi altri appunti del Padula:  «a Montegiordano e Nocara chi ha il gozzo o l’ernia, quando suona la gloria del Sabato Santo, se li toccano e stringono  dicendo: Gloria sonanno / cuglia o vozza passanno».

Montegiordano di oggi: questa gente è sempre laboriosa; vanno bene i piselli. Ieri, «vi si coltivavano grano e legumi. Si producevano 800-900 tomoli di pere all’anno, venivano essiccate e si vendevano a Taranto. Ma ora il commercio è finito e le pere si danno ai maiali e alle vetture (bestie da soma e da sella), mescolandole con le biade». Lungo il torrente Cardone sono ancora visibili i resti del mulino ad acqua e della vecchia Fornace (nella foto), dove uscivano coppi (i ciaramìle) e mattoni. Il castello di Piano delle rose (nella foto in alto una vecchia diapositiva) mantiene i portali ad arcata, le scale e la cisterna; al centro del cortile c’erano i magazzini delle derrate agricole. L’arte popolare è molto antica: tra i reperti archeologi di una fattoria romana nella citata località Menzinaro ci sono anche oggetti di filatura e tessitura. A Montegiordano puoi gustare buoni prodotti tipici: olio, formaggi e  salumi. Se avessero messo in funzione il famoso salumificio avremmo avuto una discreta occupazione per i giovani e anche cose nostre e di buon gusto. Altre notizie su Montegiordano si trovano nel libro di Carmelo Mundo, che ha recentemente pubblicato una documentata monografia sul Catasto onciario del 1745. Qui echeggia ancora la delicatissima poesia del compianto Luigi Pace. E l’altro poeta, Gino Rago canta il sapore dei fichi, i giochi dell’infanzia, suo padre che lavorava nella bottega. Ora procedo verso Roseto, Oriolo e Amendolara.

 

 

LE RELIQUIE DI SANTA RITA SONO RIMASTE A MONTEGIORDANO PER UN ANNO

La comunità montegiordanese ha avuto il privilegio di custodirle per un intero anno (giugno 2017-giugno 2018), venendo venerate da non pochi fedeli provenienti da altri centri calabresi ed anche lucani e pugliesi. Nel corso di quest’anno diverse sono state le iniziative di carattere religioso, culturale e sociale promosse congiuntamente dalla Parrocchia a dall’Amministrazione comunale, che hanno visto la presenza a Montegiordano e in Calabria dell’arcivescovo di Spoleto-Norcia mons. Renato Boccardo (agosto 2017) e del prorettore del Santuario dell’Opera di Santa Rita di Roccaporena don Canzio Scarabottini (marzo 2018).

É stato un anno di grazia per la comunità montegiordanese che saprà fare prezioso tesoro di questa arricchente esperienza di fede, con l’auspicio che possa sviluppare anche un gemellaggio di carattere civile tra i Comuni di Montegiordano e di Cascia. Ancora a Montegiordano si ricordano le parole dell’arcivescovo mons. Renato Boccardo. Quasi a sintetizzare lo spirito con il quale sono state accolte le reliquie di Santa Rita e alle quale numerosi fedeli hanno affidato le loro speranze con le loro preghiere.

 «Nel visitare la vostra terra – ha detto mons. Boccardo – ho potuto vedere la grande bellezza naturale e i documenti della storia; una storia segnata ancora oggi dalla fatica, dalle difficoltà per garantire a sé e alla propria famiglia un avvenire sicuro e pacifico. Sono rimasto colpito nell’ascoltare come tante famiglie si sono dovute allontanare dalla loro terra per trovare “fortuna” altrove. Eppure la Calabria ha molte possibilità di crescita non solo naturali, ma umane. Nel visitare diversi suoi luoghi, dall’Ionio al Tirreno, è stata per me occasione per sperimentare l’accoglienza cordiale e la ricca umanità.

Ma anche di valorizzare un legame ideale che unisce queste popolazioni con Cascia e Roccaporena. Quasi a creare una sorta di parentela spirituale nel nome di santa Rita. La presenza delle sue reliquie e del suo messaggio di riconciliazione, perdono e pace possa aiutare anche voi a guardare al futuro con determinazione e speranza. Impegnando ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità nella ricerca della costruzione del bene comune senza cedere alla tentazione della fuga».

 

 

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