EVENTI PALUDI

EVENTI PALUDI

Paludi. Giornata della poesia al Parco Archeologico

È nata la prima Associazione post fusione Corigliano-Rossano: si tratta di ‘Aglaia’, che ha come fine la promozione di eventi culturali, d’arte e promozione del territorio.La presidente è Anna Lauria, poetessa e docente di Dizione. L’apertura ufficiale delle attività coincide con il primo incontro pubblico che si terrà il 18 marzo nel Parco Archeologico di Castiglione di Paludi, e sarà l’occasione per celebrare la nota ricorrenza della Giornata Mondiale della Poesia.

La giornata avrà inizio alle 16.00 con la passeggiata nel sito, i visitatori poi intorno alle 17,30 si sposteranno nel Centro Culturale Polifunzionale di Castiglione di Paludi, dove è prevista una ricca manifestazione culturale.Lo spettacolo ospitato dal Comune di Paludi, con il patrocinio della Regione Calabria, la direzione artistica dell’Architetto Corrado Fonsi, sarà condotto dalla vicepresidente ‘Aglaia’ Carolina Battistiol, presenti le Istituzioni cittadine, molti poeti e lettori, intermezzi musicali di grande spessore saranno a cura dell’Associazione ‘Giuseppe Verdi’ di Rossano, del direttore Giuseppe Campana.

 

Castiglione di Paludi: in Calabria, una ”perla” archeologica sconosciuta e trascurata

Pubblicato da: Redazione in #SudItalia365CalabriaLuoghi e StorieLuoghi e Storie del SudRubriche 6 febbraio 2015

Dopo aver fatto una bella scorta di immagini del suggestivo Castello dell’Arso, il nostro viaggio in questo circondario calabrese ricco di storia e di poetici paesaggi naturali, è proseguito verso il sito archeologico di Castiglione di Paludi (Cosenza), a circa 30 km a nord-ovest di Mandatoriccio. In qualche tornante ci è apparso in lontananza, luminoso ed azzurro, lo strabiliante spettacolo del mar Jonio, con una vista che abbraccia larghi tratti calabresi del vasto Golfo di Taranto.

Confesso che la mia curiosità per Castiglione era alle stelle considerato che il nostro fotografo Ferruccio Cornicello sosteneva da giorni che quel sopralluogo mi avrebbe senza dubbio sorpreso. E in effetti poco sapevo di quel sito, a parte il fatto che in scavi condotti fra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50 erano emersi reperti di una necropoli dell’età del ferro (IX-VIII sec. a C.) riconducibile alla popolazione degli Enotri, residenti in gran parte del sud Italia prima della fondazione delle colonie greche e prima dell’avvento dei romani. In realtà la presenza umana documentata nel sito è molto più ampia ed arriva fino alla creazione di un centro fortificato in piena età ellenistica (IV-III sec. a.C.) abitato dai Bretti. Ed è proprio a quest’ultima città che si riferiscono i macroscopici resti di una cinta muraria costruita in opera isodoma con blocchi parallelepipedi di arenaria, di cui si vedono le tracce già all’inizio del viale che conduce nell’area archeologica. Un ingresso che definire suggestivo è dir poco, posto com’è fra una rupe semicoperta di macchia mediterranea a destra, e un’ampia vallata circondata da dolci e verdeggianti colline costellate di uliveti a sinistra: un’immagine arcadica che come un sogno ad occhi aperti andava componendosi di fronte al nostro sguardo.

Ci siamo così avviati lungo il viale aspettandoci di trovare il cancello aperto, come altre volte era capitato a Ferruccio…e invece ecco pararsi davanti a noi le sue verdi sbarre apparentemente invalicabili. Il timore di aver fatto un viaggio a vuoto è però durato appena un attimo, prima che il cancello si aprisse improvvisamente da solo, come spinto da una mano invisibile, e in un momento in cui non c’era un alito di vento. Divertiti dalla curiosa ‘accoglienza’ ci siamo inoltrati su per la salita. Il luogo era completamente deserto perché gli scavi sono sospesi da anni e un’antica masseria riadattata a museo giace inspiegabilmente chiusa.

Tutt’intorno l’area appariva magicamente rischiarata dalle cangianti luci di un cielo costantemente conteso dal sole e dalle nuvole. Gli oltre trenta ettari di area archeologica si paravano di fronte a noi per lo più coperti da distese a perdita d’occhio di liquirizia, pianta veramente endemica in questa zona jonica, alternata ad alberi d’ulivo, sporadiche macchie di timo limoncino e cespugli di smilace, l’antica erba intrecciata in serti dalle baccanti, che di tanto in tanto faceva capolino sulle mura di cinta di quella che dovette essere una città decisamente imponente. L’impressione è infatti diventata netta nel momento in cui, costeggiato il lato orientale delle mura, ci siamo imbattuti in una porta di accesso con cortile interno, varie posterule e alcune torri circolari. Nella parte interna dell’area urbana gli scavi hanno invece restituito tracce di diversi edifici d’uso abitativo e un’area circolare con sedili scavati nella roccia o costruiti nella parte bassa della cavea in blocchi di arenaria, che dovette costituire un luogo di riunione. Il ritrovamento di un deposito di terrecotte votive emerso fuori dalla porta principale testimonia invece dell’esistenza di un luogo di culto.

Dopo la prima citata sessione, gli scavi furono ripresi tra il 1978 e il 1993, con qualche episodio in tempi più recenti. Ci sarebbe ancora tanto da scavare come mostrano intere distese di terreno inesplorato, il che consentirebbe di raccogliere molte più informazioni sull’identità del luogo. A tal proposito sono state formulate diverse teorie: in seguito ad esempio al rinvenimento di tegole con bolli in osco qualcuno ha supposto trattarsi di un centro brettio, identificabile con la città di Cossa, citata in un frammento di Ecateo di Mileto (VI secolo a.C.) e nel De bello civili di Cesare, che la colloca nel territorio di Thurii. Viceversa, in base alla concezione avanzata della cinta difensiva e al ritrovamento nel sito anche di iscrizioni in greco, si è ipotizzato che il centro (Kossa) sia di fondazione greca ma passato successivamente sotto il controllo brettio, e forse identificabile con una città fortificata voluta da Alessandro il Molosso nel territorio di Thurii, sul fiume Acalandros, di cui parla lo storico Strabone. Il centro sarebbe stato costruito come sede della lega italiota per sostituire la tarantina Eraclea.

Ad ogni modo, qualsiasi sia la sua origine, il luogo potrebbe riservare ancora molte sorpresebasterebbe il suo naturale splendore perché lo si consideri degno di un’attenzione – negli ultimi anni del tutto assente – che ne promuova al massimo grado lo studio e la divulgazione, con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini di frequentazione e di creazione di un circolo virtuoso per il territorio e l’intera regione.

Nel suo straordinario connubio di natura e civiltà, a Castiglione di Paludi sembrano prendere corpo quelle immagini che il mondo antico è riuscito a trasmetterci di sè attraverso l’arte e la letteratura. Vi si respira la sua essenza, al punto che in questo scenario sembra di sentir riecheggiare i versi pastorali di Teocrito, suggestione letteraria improvvisamente rafforzata dall’inatteso spuntare – all’angolo di un plurimillenario bastione – di una piccola capra nera e bianca che ci ha osservati con aria perplessa prima di dedicarsi al suo passatempo preferito, brucare le nere drupe di una pianta di olivastro.

Abbiamo quindi ripercorso a ritroso il sentiero costeggiante le mura, deviando su alcuni terrazzamenti da cui si gode una splendida vista d’insieme fin verso la linea azzurra dell’orizzonte marino. Stavamo contemplando questa struggente bellezza quand’ecco apparire lungo il viale, un centinaio di metri sotto di noi, un vecchio pastore – avrà avuto più di ottant’anni – con un’ascia in spalla. Lo abbiamo visto sollevare il braccio e pensando volesse cordialmente salutarci, abbiamo ricambiato a gran voce. Invece l’uomo ci chiedeva se ci fossero animali nel punto in cui ci trovavamo. Abbiamo capito allora che era in cerca di quella capretta anarchica che poco prima ci aveva regalato un’impagabile suggestione poetica.

 

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