BENI CULTURALI ROSSANO

BENI CULTURALI ROSSANO

Abbazia di santa Maria del Patire

Descrizione

L’abbazia di Santa Maria del Patire fu fondata intorno al 1095 dal monaco e sacerdote Bartolomeo di Simeri, con l’ausilio di alcuni ricchi normanni, e venne dedicata a “Santa Maria Nuova Odigitria“, anche se è conosciuta con il nome di “Santa Maria del Patìr”, o semplicemente “Patire” (dal greco Patèr = padre), attribuzione data come segno di devozione al padre fondatore. Nel 1105 il pontefice Pasquale II gli concesse il diritto di immunità dalla giurisdizione vescovile. Santa Maria del Patire è uno dei più begli esempi di architettura sacra in Calabria e si trova in località Patire a Rossano Calabro sull’omonima altura. Il monastero di cui la costruzione è parte integrante fu voluto da Bartolomeo da Sieri allorché i Normanni si insediarono a Rossano nel XII secolo ponendo fine alla dominazione bizantina della Calabria. In questo maestoso impianto monastico, si fondono, per la prima volta nella storia della città, le culture, le sensibilità, le tecniche architettoniche ed artistiche, bizantina, normanna ed araba. Fu per secoli un luogo di preghiera e di incontro con l’assoluto, ma anche un centro culturale tra i più qualificati e rinomati del Sud, con il suo Scriptorium (in cui i monaci amanuensi trascrivevano, conservavano e trasmettevano ai posteri la sapienza greco-romana-pagana e quella cristiana) e la sua biblioteca ricca di testi e codici antichi. Ancora oggi il Patire è l’edificio sacro che rappresenta bene gli splendori della religiosità e della maestosa bellezza artistica della Rossano Bizantina: misteriosi e splendidi i diversi mosaici del pavimento, molto interessanti alcune pere d’arte ( un crocifisso ligneo, una statua della madonna), ben conservata la Chiesa ( basilicale, con tra absidi, tetto ligneo ad arcate su grandi colonne, numerose decorazioni interne ed esterne, ancora resistenti solo alcune parti del Monastero (il chiostro, il muro perimetrale, la torre campanaria, frammenti di affresco). In epoca normanna divenne uno dei più ricchi e rinomati monasteri dell’Italia Meridionale. L’abbazia possedeva anche una ricca biblioteca e uno scriptorium dove lavoravano monaci amanuensi per la trascrizione di antichi codici. Dal XV secolo il monastero del Patire conobbe un lungo ma inesorabile decadimento, come tutti i monasteri italo-greci, finché nel 1809 venne soppresso dai francesi. La chiesa possiede una pianta basilicale latino-normanna con tre absidirivolte ad Oriente. La navata centrale, caratterizzata dal tetto ligneo a capriate, è divisa dalle due laterali da quattro ordini di arcate a sesto leggermente acuto poggianti su colonne di coccio in arenaria a base ionica e senza capitelli. L’area presbiteriale è leggermente in rialzo rispetto al corpo della chiesa, ed è delimitata da quattro pilastri in cui si incuneano in funzione decorativa 4 colonne con capitello corinzio provenienti probabilmente dalle rovine dell’antica Thurio. La chiesa è caratterizzata anche dall’antico pavimento a mosaico, solo in parte salvato, risalente al XII secolo, voluto dall’abate Biagio, rappresentante alcune figure di animali reali e mitologici. Dalle poche figure rimaste risultano evidenti influenze di figure e stilemi dell’opera del presbitero Pantaleone nel mosaico di Otranto (riscontrabili in altre chiese pugliesi dalle Tremiti alla più vicina Taranto). Nella chiesa si conserva un crocifisso ligneo del ‘600 e l’effigie della Madonna del Patire, datata alla fine del XIX secolo. All’esterno, restano le 3 imponenti absidi rivolte ad Oriente in un’ampia spianata che danno il senso della grandiosità dell’edificio. Ogni abside possiede 5 archeggiature con lesene policrome ottenute con altrettanti tondi policromi racchiudenti tutti una stella variamente foggiata. A fianco della chiesa le ampie arcate residue introducono nel chiostro e nei ruderi dell’antico monastero. La facciata, rivolta a settentrione, è stata molto rimaneggiata nel corso dei secoli. Delle antiche tre porte maggiori, oggi ne rimane solo una, quella centrale, molto sobria e rimaneggiata. Le due colonne del portale centrale sono invece molto antiche. La facciata è caratterizzata anche da due rosoni, di cui quello centrale è di origine moderna, mentre sembra molto più antico quello murato al vertice della cuspide. Le due porte laterali presentano molte decorazioni tipiche delle forme arabesche. Nell’insieme, la chiesa si presenta ancora oggi con architettura compatta, nonostante i continui rimaneggiamenti effettuati nel corso dei secoli, rimanendo ancor oggi una delle più belle architetture dell’arte romanica normanna.

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Cattedrale di Rossano

Descrizione

E’ dedicata all’Achiropita, un affresco pietrale della Madonna, che per tradizione e significato della parola vuol dire “fatta non da man umana” La Cattedrale fu eretta nel XI secolo e dedicata a Maria Santissima Achiropita, la chiesa cattedrale di Rossano è tra i monumenti storici più importanti della Sibaritide. La chiesa subì grossi rifacimenti nel corso dei secoli XVIII e XIX che ne trasformarono in maniera radicale l’aspetto originario. Oggi la Cattedrale di Rossano si presenta con pianta a tre navate e tre absidi. La torre campanaria e la fonte battesimale risalgono al XIV secolo mentre gli altri decori si datano tra il XVII e il XVIII secolo.  Il portale originario ed il rivestimento in pietra di Cipro dell’Icona Achiropita in chiaro stile neo-gotico del XV secolo e i pregevoli tetti lignei dorati a cassettoni del XVIII secolo costituiscono ulteriori elementi stilistici di grande rilievo artistico e storico. Nel suo interno la Cattedrale dell’Achiropita presenta 4 cappelle laterali settecentesche, e decori marmorei in chiaro stile tardo-barocco. I tetti lignei dorati del ‘600, il grande organo a canne del 1622.

L’ICONA DELLA MADONNA ACHIROPITA. La chiesa è famosa per un affresco raffigurante l’antica immagine della Madonna Achiropita, che significa ‘non dipinta da mano umana’ di datazione probabile tra il VII e VIII secolo. L’icona si trova al centro della struttura, racchiusa in un’edicola di marmi policromi, raffigurante la Vergine con il Bambino benedicente alla maniera orientale. Si tratta di un affresco parietale.

L’icona della Madonna sarebbe apparsa miracolosamente sulla parete della cattedrale durante alcuni lavori di restauro eseguiti nel corso del VIII secolo d.C. Secondo la tradizione l’affresco non sarebbe opera umana ma divina, da cui il nome Achiropita. L’icona dell’Achiropita rappresenta l’immagine della madre di Dio (Theotocos), che regge sul braccio sinistro il bambino. L’opera, conservata sull’altare centrale restituisce suggestioni orientali e tipicamente bizantine. La sacra icona, la cui origine è da collocare tra il 580 e la prima metà del sec VIII, è l’immagine della madre di Dio (Theotocos), che regge sul braccio sinistro il bambino, protegge e guida Rossano ed i suoi abitanti: è una pittura bella, di intensa spiritualità, nella quale il sacro si fa arte dentro vibrazioni e suggestioni orientali e bizantine. L’Achiropita è il cure pulsante dell’antica città e della fede devozionale del popolo. Attorno ad essa, in funzione coreografica ruota una ricca galleria d’arte sacra che attraversa e ripercorre la storia di circa 15 secoli della Chiesa madre e dell’Arcidiocesi di Rossano: i resti dell’originario Oratori dell’Eremita Efrem, alla cui vicenda è legata la vicenda dell’ Achiropita; parte dal pavimento musivo, risalente al tempo della piccola edicola nella nuova Cattedrale della città (sec XI); l’imponente impianto architettonico a tre navate e tre absidi , il campanile ed il fonte battesimale trecenteschi; il portale originario ed il rivestimento in pietra di Cipro dell’Icona Achiropità neo-gotici del 400; le4 cappelle laterali settecentesche; i tetti lignei dorati a cassettoni del 6 – 700; le tele e le opere marmoree barocche e settecentesche; il grande organo a canne del 1622.

IL CODEX PURPURESUS ROSSANENSIS. La Cattedrale di Rossano ha regalato al mondo intero un altro prezioso gioiello storico ed artistico, il famoso Codex Purpureus Rossanensis. Rinvenuto nei locali della sacrestia nel 1879, l’evangeliario greco porta con se elementi stilistici e storici di straordinaria importanza. Il Codex Purpureus è un evangelario miniato del V-VI secolo d. C. di chiara origine mediorientale (Antiochia di Siria). Venne portato a Rossano, probabilmente da qualche monaco in fuga dall’oriente, durante l’invasione degli arabi (secc. IX-X). Il Codex è composto di 188 fogli di pergamena contenenti i Vangeli di Matteo e Marco ed una lettera di Eusebio a Carpiano. Il manoscritto, mutilo ed anonimo, indubbiamente la testimonianza più rappresentativa e preziosa di Rossano “la Bizantina”, riporta testi vergati in oro e argento ed è impreziosito da 15 miniature che illustrano i momenti più significativi della vita e della predicazione di Gesù. Spostato dalla cattedrale il Codex Purpureus Rossanensis è oggi custodito e visitabile presso il Museo diocesano di Rossano.

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Chiesa della Panaghia

Descrizione

Il termine Panaghia deriva dal greco pan- (tutto) e ághios (santo); quindi, propriamente, significa “tutta santa”, dal momento che è riferito alla Madonna.La chiesa della Panaghia (X secolo): così denominata in onore di “Maria Tutta Santa”, è un altro esempio di architettura religiosa bizantina nella cui abside si conservano tracce di almeno due fasi pittoriche, con un affresco più antico raffigurante san Basilio e un frammento del XIV secolo che ritrae san Giovanni Crisostomo; che tiene in mano un rotolo aperto, scritto in greco, in cui si legge: “Nessuno di coloro che sono schiavi dei desideri e delle voglie della carne è degno”, l’altro, assai piu’ danneggiato, rappresentava con molta sicurezza S. Basilio di Cesarea. La Cattedrale, ad una navata rettangolare absidata dotata di una bifora, si presenta tuttora con motivi architettonici, stilistici, pittorici maggiormente curati, perciò è databile di qualche decennio successivo rispetto ai due oratori precedenti: particolarmente suggestivi sono i due residui affreschi parietali degli espressivi ed enigmatici S. Giovanni Crisostomo e S. Basilio di Cesarea, le decorazioni dell’abside con due fasce di mattoni disposti a spina di pesce ed a triangolo, la bifora absidale e le piccole monofore delle pareti perimetrali. Si segnala infine una bella tela del XVI secolo.

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Chiesa di S. Bernardino

Descrizione

La chiesa di San Bernardino (XV secolo): in stile tardo-gotico, fu la prima chiesa cattolica della città ed ospita il sepolcro di Oliverio di Somma (1536) con la statua del defunto ed un crocifisso ligneo del XVII secolo; È il primo edificio sacro di rito latino – cattolico della città. La chiesa, a navata unica, con una serie di cappelle laterali, conserva capolavori architettonici, scultorei, marmorei, lignei, pittorici di grande pregio: il portale d’ingresso e le arcate dell’abside e delle cappelle di stile tardo gotico; il sarcofago marmoreo di Oliverio di Summa, della prima metà del 500; la pala marmorea dell’altare, le tele, le statue, e poi il tetto, il crocifisso, il pulpito, l’inginocchiatoio ed il grande stipo della sagrestia lignei e di stile barocco. L’ex monastero, imponente ed armonico, che gli sta accanto è diventato il palazzo delle Culture cittadino.

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Chiesa di Santa Chiara

Descrizione

La chiesa di Santa Chiara (XVI secolo): voluta dalla principessa Bona Sforza. La chiesa è formata da una navata, e da cappelle senza sfondo a destra e sinistra. Ha il suo cielo a volta con un affresco rappresentante S. Chiara colla Pisside in mano, attorniata dalle suore, tutte timide e piangenti, che fuggono dai nemici, i quali avevano invaso il monastero. Dagli ultimi pilastri s’innalza un piano alto più di quello della Chiesa di un gradino, tutto chiuso da una balaustrata di ferro fuso, e su questo piano si solleva per tre gradini di marmo l’altare maggiore, tutto impellicciato a marmi di diversi colori.La facciata, tardo-barocca, è distinta in due ordini architettonici, caratterizzati in basso da paraste con capitello corinzio ed in alto da altrettante paraste con capitello composito. Entrambi gli ordini sono sormontati da cornicione con ricca cimasa, di cui quello superiore coronato da timpano centrale. Ai lati del portale d’ingresso, due tondi con le figure di S. Chiara e S. Francesco. Un terzo tondo, sopra il portale, reca il simbolo dell’Ordine francescano. L’unica navata, decorata con motivi tardo-barocchi, è preceduta da un’ampia «orchestra» recintata da un’artistica grata. Sulla parete sinistra, al di sopra di tre altarini, sono collocate altrettante tele settecentesche: una Madonna con Bambino, con ai piedi S. Chiara ed angeli, di autore ignoto; un S. Michele Arcangelo (a. 1762) di Nicola Domenico Menzele ed una Sacra famiglia di autore ignoto. Sulla parete destra, da notare, invece: Bambino in gloria adorato da tre francescani, di autore ignoto; una cantoria, con un bellissimo organo del 1735 racchiuso in un pregevole mobile; una Madonna circondata da angeli (di autore ignoto). L’altare maggiore, in marmi policromi, è delimitato da una balaustra in ferro battuto. Sul cancelletto, quattro cornucopie, simbolo della città. Ai lati, due ritratti di vescovi, inscritti in due tondi. Dietro, una Madonna con Bambino, con ai piedi S. Chiara e S. Francesco, di autore ignoto. Sopra, una SS. Trinità. Nel ciclo della navata, un’opera di P. Costantini, S. Chiara e Suore di clausura che difendono il Santissimo dall’assalto di guerrieri (a. 1762). Quella di S. Chiara, che costituisce corpo unico con il comunicante convento delle Clarisse, è comunemente conosciuta come chiesa delle «Monachelle»

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Chiesa di S. Francesco di Paola

Descrizione

La chiesa di San Francesco di Paola (tardo XVI secolo), è ad una sola navata con nicchie laterali, l’aula è coperta con un suggestivo soffitto in cassettoni. Con un portale rinascimentale e un chiostro. La facciata risulta essere incorniciata da due lesene che sorreggono un frontone decorato, ha un portale in pietra arenaria, sormontato da un mosaico raffigurante il santo. Pavimenti e pavimentazioni in marmo di vari colori che formano disegni geometrici Coperture a capanna su capriate lignee e manto in coppi Struttura muratura portante in pietrame misto.

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Chiesa di S. Nilo

Descrizione

La chiesa di San Nilo voluta dalla principessa di Rossano Olimpia Aldobrandini (XV secolo) in onore della città che diede i natali a san Nilo, fondatore dell’abbazia greca di Grottaferrata, santo venerato dalla chiesa cattolica e da quella ortodossa; La chiesa di san Nilo fu costruita nel 1620, l’interno nasce come aula unica, con un piccolo abside a base rettangolare. Lavori di restauro furono effettuati alla fine del seicento, e soprattutto dopo il terremoto del 1836. Nel secondo ottocento la chiesa fu sopraelevata con la volta a calotta ed ampliata con l’aggiunta delle due navate laterali e della sacrestia. Il totale rifacimento della facciata, risale invece agli anni 1892-1896, dove si propose uno stile in tardo gotico dominata dal rosone centrale raffigurante la stella di Davide

Pianta

Schema planimetrico tra navate. Sacrestia a pianta rettangolare attestata sul fianco destro del presbiterio

Coperture

L’aula è coperta da volte a botte in gesso con sovrastante capriate lignee in corrispondenza dell’aula. Le navate laterali sono coperte con solaio piano con sovrastante struttura lignea falde. Mando di copertura in coppi.

Pavimenti e pavimentazioni

Pavimento in lastre di marmo bianco e rosso.

Struttura

Muratura in pietra riquadrata

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Il Codex Purpureus Rossanensis

Il “Codex Purpureus Rossanensis” è un manoscritto del Nuovo Testamento, dal formato di 200 x 307 mm, in pergamena colore porpora (da qui il nome “Purpureus”), di straordinario interesse dal punto di vista sia biblico e religioso, sia artistico, paleografico e storico, sia documentario.

È però mutilo, i suoi 188 fogli, forse dei 400 originari (l’altra metà è andata probabilmente distrutta nel secolo XVII o XVIII in un incendio, di cui è rimasta traccia negli ultimi dieci fogli), contengono soltanto l’intero Vangelo di Matteo e quasi tutto quello di Marco (fino al versetto 14 dell’ultimo capitolo); nel corpo del volume si trova anche una parte della lettera di Eusebio a Carpiano sulla concordanza dei Vangeli. La legatura in pelle scura risale al sec. XVII o XVIII.

È adespoto cioè non conosciamo il nome o i nomi degli autori.

È scritto in caratteri onciali ossia in lettere maiuscole greche o maiuscole bibliche, su due colonne di 20 righe ciascuna, le prime tre linee, all’inizio dei Vangeli, in oro e il resto in argento, le parole non recano accenti, né spiriti, né sono tra di loro separate, né compaiono segni di interpunzione, tranne i punti che segnano la fine dei periodi.

È un Evangelario miniato, in quanto comprende n. 15 illustrazioni decorative, superstiti immagini di un più ampio corredo iconografico, aventi per soggetto fatti, avvenimenti, parabole riguardanti la vita e la predicazione di Gesù Cristo. Le miniature, tranne tre (IX, X e XV), rappresentano visivamente la vicenda storica ed il messaggio evangelico di Gesù Cristo nella sua ultima settimana di vita. Esse sono tratte dai quattro Evangeli, compresi quelli di Luca e Giovanni i cui testi sono andati perduti. Le 15 tavole miniate occupano altrettanti fogli, distinti da quelli contenenti il testo, e riproducono, in continuità visiva, il ciclo pittorico o musivo di una chiesa o basilica di quell’epoca, dedicato alla vita e all’insegnamento di Gesù: tale accorgimento presenta un’autentica unicità rispetto ad altri codici miniati. Di esse n.10 illustrazioni presentano la medesima impostazione visiva e grafica: la parte superiore è occupata dalla scena evangelica ed è separata da una sottile linea blu dalla scena inferiore, che è riservata, nella parte centrale, a quattro Profeti, dipinti a mezzo busto, tutti con il braccio destro alzato, con l’aureola e soltanto David e Salomone anche con la corona regia; al di sotto dei Profeti, che con la mano destra indicano l’avverarsi delle loro profezie nella scena superiore, ci sono infine le loro citazioni in cartigli o rotoli.

Questo codice, noto anche come il “Rossanensis”, è uno dei sette codici miniati orientali esistenti nel mondo. Tre sono in siriaco e quattro in greco. Questi ultimi sono il “Manoscritto 5111 o Genesi Cotton”, in possesso della British Library di Londra (di cui, però, a causa di un incendio nel XVII secolo, è rimasto qualche esiguo e decomposto frammento soltanto di una pagina), la”Wiener Genesis”, conservata presso la Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna (costuita da 26 fogli, 24 dei quali miniati), il “Frammento o Codice Sinopense”, custodito presso la Bibliothèque National di Parigi (formato da 43 fogli e 5 miniature) e infine il “Codex Purpureus Rossanensis”, che, con i suoi 188 fogli, pari a 376 pagine, è il Codice più ampio, più prezioso, più importante di quelli sopra citati; pare che un quinto codice greco, il cosiddetto “Codice o frammento «N»” (contenente una miniatura sulla lavanda dei piedi), esista nella città russa di S. Pietroburgo ex Leningrado.

Il “Rossanensis”, salvato da rapine, distruzione, oblio dalla Chiesa rossanese, è posseduto e conservato, da tempo immemorabile, dalla Cattedrale e dall’ Arcivescovado dell’antica e prestigiosa città bizantina, ed è amorevolmente custodito, dal 18 ottobre 1952, presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Rossano. Sfuggito a storici e cronisti nel corso dei secoli, viene ricordato per la prima volta, nel 1831, da Scipione Camporota, canonico della Cattedrale della città, che dà ai fogli una prima sistemazione e l’attuale numerazione con inchiostro nero delle pagine. È segnalato, poi, fugacemente, nel 1846, dallo scrittore Cesare Malpica in un libro-reportage, dal titolo “La Toscana, l’Umbria e la Magna Grecia”. Viene, quindi, presentato, per la prima volta, nel 1880, all’ attenzione della cultura europea ed internazionale, come una”scoperta”, da due studiosi tedeschi, Oskar von Gebhardt e Adolf von Harnach nello scritto, pubblicato in quell’anno a Lipsia, dal titolo “Evangeliorum Codex Graecus Purpureus Rossanensis”, che, tra l’altro, battezza ufficialmente e definitivamente il prezioso manoscritto di Rossano.

La prima edizione del testo integrale del “Codex” è opera di von Gebhardt e risale al 1883, la seconda è del Sandy e data 1885. L’Haseloff , poi, nel 1889, fornisce l’edizione delle miniature, riproducendole in fototipia, ed il Munoz, nel 1907, in cromotipia. Nel 1974, mons. Ciro Santoro cura una nuova e pregevole edizione del “Rossanensis”, con riproduzioni più fedeli delle miniature, testi informativi e commenti. Recentemente, nel 1985, il prof. Enrico Malato, la Casa Editrice Salerno di Roma e l’ Akademische Druck u. Verlagsanstalt di Graz, in collaborazione con l’Archidiocesi e con il Comune di Rossano, con l’alto Patronato del Presidente della Repubblica, hanno curato l’ edizione integrale in fac-simile del “Purpureus Rossanensis”, corredata da un Commentario con i contributi di Guglielmo Cavallo, William C. Loerke e Jean Gribomont. Dall’ 800 ad oggi si è acceso un ampio, appassionato ed interessante confronto tra gli studiosi.

Ancora aperta è la “questione” della localizzazione e della provenienza del “Codex”, nonostante gli studi e le ricerche, di notevole valore scientifico, che, da circa un secolo, stanno impegnando storici, paleografi, studiosi d’arte bizantina, neo-testamentari e di filologia biblica. Inizialmente, prevale l’«ipotesi romanista », che vuole il”Rossanensis”esemplato nell’ Italia Meridionale : tale è l’opinione di Viokoff, Gradmann, Stahllant, Stuhlfauth, Beissel, Gradenaner, Weigand, Guyer, Bettini, Guerriera Guerrieri, quest’ ultima anzi non esclude che la stesura del”Codex”possa essere avvenuta a Rossano.

Ben presto, però, si afferma, ed oggi nessuno più la mette in discussione, l’ «ipotesi orientalista », la quale dà per certo che il”Rossanensis” e gli altri Codici miniati prima ricordati, provengano da uno “Scriptorium” monastico dell’ Oriente bizantino.

Sull’ ubicazione precisa di questo centro, tuttora, non c’è unanimità né concordanza di posizioni tra gli studiosi. Alcuni propendono che il luogo d’origine del “Codex” sia la Siria, in particolare la città di Antiochia (la collocazione geografica in questa città è quella che riscuote più credito e consensi), oppure un centro dell’ Asia Minore, precisamente la Cappadocia o Efeso : tale è la tesi, ancora prevalente di Ludtke, Haseloff, Strzygowski, Munez, Dalton, Buberl, Kondakoff, Lazaref, Weitzmann, Kitzinger, De Francovich, Kanterowicz, Diehl, Schultze, Garucci, Bovini, Velbach, F. Russo, G. Cavallo, A. Gradilone, C. Santoro, L. Renzo. Altri studiosi, come Morey, Krauss, Ussow pensano ad Alessandria d’ Egitto, quale città d’ origine del “Codex”. Altri ancora optano per Costantinopoli, come von Gebhardt, Ainalov, Wulff, Nordenfalk, Buchtal, Talbot Rice, Beckwith, Delvoye, Gough, De Franciscis, William Loerke. Quasi tutti i ricercatori suddetti concordano nel datare il codice intorno alla metà del secolo VI.

Di recente, però, la professoressa Fernanda dÈ Maffei dell’Università di Roma è pervenuta a nuovi risultati, che modificano radicalmente tante convinzioni consolidate e ritenute, a torto, definitive. Infatti, in una serie di relazioni tenute dal 1974 al 1978 e culminate in uno studio di ampio respiro, presentato a Rossano durante il convegno nazionale su”Testimonianze cristiane antiche e altomedievali nella Sibaritide” e pubblicato nel 1980, la de Maffei propone una nuova ed originale teoria, che ella con umiltà chiama”ipotesi di lavoro”. Questa nasce da una ricerca attenta e molto circostanziata sulle miniature e sull’ esegesi neo-testamentaria dei Padri della Chiesa e conclude che la patria del “Codex Purpureus Rossanensis” sia Cesarea di Palestina e la data di stesura sia da anticipare alla prima metà del secolo V, come hanno affermato, in precedenza, Munoz, Graevenche, Ludtke. Quest’ ultimo contributo scientifico e critico mi pare che sia una delle proposte più plausibili e più persuasive, che fornisce nuovi argomenti e nuova luce per avviare a soluzione le annose, appassionate e dibattute”questioni”riguardanti il “Rossanensis “.

Altri problemi, molto controversi, che attendono ancora soluzioni certe o almeno ampiamente condivisibili, sono quelli che riguardano la committenza, la destinazione del prezioso “libro”, l’epoca e le ragioni della sua venuta a Rossano.

Per quanto riguarda la committenza ritengo plausibile che essa provenga dall’ ambiente della corte di Bisanzio, da persone della famiglia imperiale o dell’alta aristocrazia di corte, laiche o religiose, ciò perché la pergamena era allora rara e molto costosa, l’inchiostro d’oro e d’argento era alla portata soltanto di ristrette cerchie di abbienti, il colore porpora era in quel tempo riservato all’Imperatore e ai suoi stretti congiunti assumendo così l’immagine simbolica del potere temporale dell’Impero o spirituale della Chiesa. Ritengo probabile che il committente del “Codex” abbia patrocinato e finanziato l’opera nell’ottica di quelle frequenti donazioni o opere buone a favore della Chiesa, tese a creare meriti per la salvezza dell’anima o per l’indulgenza delle pene, e che, per una personalità ricca e di alto rango, dovevano essere particolarmente visibili, quali “status symbol” della classe dominante.

Circa la destinazione dell’Evangelario, non mi pare convincente l’ipotesi, recentemente formulata dal prof. Gugliemo Cavallo dell’Università di Roma, che, in maniera mi pare molto riduttiva, relega il “Codex” ad un qualsiasi esibizionistico e banale”libro-oggetto, esposto all’ammirazione e mai letto ovvero un codice-simbolo, portato in processione o posto sull’altare o nel consesso di un Concilio…, un libro da cerimonia, da pompa liturgica, da pubblica esibizione…, un libro simbolico-decorativo”. Mi sembra più verosimile che il”Purpureus Rossanensis” sia stato destinato ad un uso sacro, dottrinale, liturgico, divulgativo della parola e dell’insegnamento di Gesù Cristo, perché in esso prevalgono la parola e lo scritto, che nella simbologia religiosa bizantina sono i principali strumenti della comunicazione del messaggio di Dio, dell’annuncio della Rivelazione di Dio che nel Cristo-Verbo si fa uomo perché l’uomo attraverso il Verbo-Cristo si faccia Dio: la parola è il Verbo e il Verbo è la Via, la Verità, la Vita. Parola e scritto, inoltre, hanno la funzione di essere mediatrici tra l’uomo e Dio, in quanto proclamano l’Evangelo ossia la Buona Novella di Gesù Cristo. L’annuncio liberatorio e salvifico del Messia per essere più efficace ed incisivo viene presentato con l’ausilio delle illustrazioni o miniature, intese come strumenti complementari della parola, che si fa anche immagine, messaggio visivo immediato e fruibile facilmente ed universalmente da tutti.

Circa la terza “questione”, ritengo, con molta cautela, che il”Codex” giunga a Rossano all’ indomani del 636-638, quando i monaci greco-melkiti, per sfuggire all’ offensiva espansionistica e religiosa degli Arabi musulmani, abbandonano la Siria, la Palestina, l’ Egitto, la Cappadocia e cercano rifugio nell’ Italia Meridionale ed in Calabria; oppure si può opinare che il prezioso manoscritto sia portato a Rossano da monaci iconoduli, intorno alla prima metà del secolo VIII, al tempo delle cruente persecuzioni iconoclastiche e monacomache. Una di queste comunità credo che si stabilisca in uno dei tanti monasteri rupestri ipogei, costituiti da grotte arenaree del tipo lauritico o cenobitico, che formano allora il famoso «Aghion Oros » o “Montagna Santa” della città jonica.Rossano, la città più bizantina della Calabria e dell’ Italia per oltre mille anni (dal 540 al 1460), nota per questo come “Rossano la Bizantina”. Rossano, in quell’epoca e fino all’arrivo dei Normanni, dal 540 al 1059, è una città-fortezza (Frùrion) sicura ed inespugnabile, un centro politico-amministrativo importantissimo, tanto che, nel corso del secolo X, diventerà la capitale della dominazione bizantina in Italia, sede di Diocesi dal 597 e di Monasteri dalle ricche Biblioteche e dagli”Scriptoria”fornaci inesauribili di libri e codici (“officinae librorum”), una delle principali zone ascetiche del tempo, patria di Papi (Zosimo, Giovanni VII, Zaccaria, Giovanni XVI), dei Santi Nilo e Bartolomeo, con-fondatori della celebre Badia greco-bizantina di Grottaferrata presso Roma, snodo fondamentale di irradiazione di quel processo di ri-ellenizzazione religioso-culturale che da Giustiniano in poi sta investendo l’Italia meridionale bizantina. È inevitabile, direi quasi fatale, che Rossano, la città più bizantina della Calabria e dell’ Italia per oltre mille anni (dal 540 al 1460), nota per questo come “Rossano la Bizantina”, eserciti sui monaci greci della “diaspora” un fascino suggestivo, un’ attrazione forte, irresistibile e che da allora essa divenga la patria adottiva del “Codex Purpureus”, assicurando a questo le ottimali condizioni di un ambiente bizantino se non unico certamente raro, per storia, cultura, arte, spiritualità, mentalità individuale e collettiva. Rossano, oggi, è orgogliosa di custodire questo manoscritto, per molti versi, unico nel mondo, perché in esso, negli oratori del S. Marco, della Panaghia, del Pilerio ecc., nella Cattedrale dell’Achiropìta, nel celebre monastero della Nuova Odigìtria o del Patir o Patirion, nell’architettura ipogea e rupestre delle grotte monastiche, nella struttura medioevale del Centro storico ecc., Rossano mostra e testimonia alla sua gente e a tutte le genti la sua “bizantinità” e la sua ricca storia.

I pregi del manoscritto miniato sono numerosi, tali da renderlo il capolavoro della produzione libraria ed artistica bizantina, prezioso, per molti versi un”unicum”, di valore inestimabile:

I 188 fogli di pergamena sottilissima di agnello, pura, di ottima qualità ed ottimamente lavorata;

La colorazione purpurea delle 376 pagine, resa possibile dall’immersione dei fogli nel bagno di una sostanza dalla tinta rosso porpora, dagli alti costi, estratta da migliaia di particolari molluschi, che vivono soprattutto in quel braccio del Mediterraneo prospiciente la Palestina, e, data la sua alta qualità, è presumibile che essa sia stata prodotta a Tiro, la cui porpora era rinomata nell’antichità;

La particolare rarità delle pergamene purpuree, determinata dall’ esclusiva prerogativa del colore porpora a favore degli imperatori di Bisanzio e dalla proibizione in quei secoli di eseguire codici con quella colorazione;

L’ uso di inchiostri a base d’oro e di argento;

L’antichità del manufatto (è probabilmente il più antico e meglio conservato documento librario e biblico della cristianità), che fa di esso “la più fulgida gemma libraria della Calabria…, che da solo fa Museo” (Ciro Santoro);

L’ampiezza del manoscritto greco miniato, con il quale non possono rivaleggiare gli altri superstiti codici orientali;

L’efficace e superba realizzazione di ben 15 vivaci miniature (cosa che non ha riscontro in altri coevi documenti), splendide ed armoniose illustrazioni visive della parola di Cristo, documenti rarissimi dell’arte sacra bizantina del V-VI secolo, espressioni assieme alle pergamene lavorate, di alta qualità artigianale;

Il testo evangelico, nonostante alcuni errori di trascrizione degli amanuensi, è tra i più antichi ed attendibili, radice e fonte della dottrina cristiana e della cultura europea;

Il perfetto equilibrio tra fede e scienza, tra religiosità e tecnica raffinata, tra pazienza e abilità, quale si manifesta sia nella scrittura sia nelle illustrazioni;

La realizzazione in un’opera libraria cristiana degli ideali platonici e greco-bizantini del “Bello”, del “Vero”, del “Buono”.

Il “Codex Purpureus Rossanensis” è, altresì, un documento ineguagliabile nella sua straordinaria carica di spiritualità, di contenuti, di messaggi, di forte tensione e nel contempo di sereno pathos, che trasudano le antiche ed espressive pagine di quell’Evangelario. Un documento simbolo di una regione, la Calabria, che non si è limitata ad essere soltanto una terra di transito o un ponte tra le due anime del Mediterraneo, ma ha mediato e tradotto in sintesi la Civiltà greco-orientale e quella latino-occidentale, che è depositaria di fecondi fermenti di cultura e di spiritualità, che, consapevole e fiera della sua lunga storia, vuole affrontare con coraggio le sfide del futuro e continuare ad essere soggetto e protagonista nell’Europa del terzo millennio.

Le Miniature del “Codex Purpureus Rossanensis”

Foglio n. 1, recto, p.1, I miniatura: La Resurrezione di Lazzaro.

La miniatura apparteneva al Vangelo di Giovanni (11 , 1 ss.; 12, 1 ss.), andato perduto. La pagina è la più antica rappresentazione dell’avvenimento miracoloso: forse è il prototipo delle future analoghe pitture, fino a Giotto e Beato Angelico. La tavola è suddivisa, come la maggioranza di quelle successive, in tre parti : la scena evangelica, i profeti, il testo delle loro profezie. I Profeti di questa pagina sono David, Osea, David, Isaia; sotto sono riportati quattro passi del Vecchio Testamento, che li riguardano. I quattro Profeti, rappresentati a mezzo busto, con l’ aureola, un braccio alzato e con i rotoli, sono un “leit motiv” anche nelle successive nove miniature. Il miracolo è descritto con una particolare vivacità scenica, in cui si possono notare il prima ed il dopo dell’avvenimento. Gli Apostoli sono vestiti alla greca, con imation, tunica lunga dai diversi colori, sandali : si possono individuare Simon Pietro, l’anziano, e Andrea, alle sue spalle. Davanti a Pietro, il Cristo barbuto, con l’aureola, l’imation greco e l’aureola di colore oro, la tunica lunga marrone, i sandali, viene rappresentato in movimento e mentre sta per dire :”Lazzaro, vieni fuori !”. Ai piedi di Gesù le sorelle Maria, che gli sta asciugando i piedi, e Marta, entrambe con le spalle alla grotta sepolcrale, ignorano ancora che il fratello Lazzaro è stato risuscitato. La folla è divisa tra coloro che – tristi – ancora non sanno e coloro che – lieti – sanno della resurrezione di Lazzaro di Betania : sono tutti vestiti alla maniera romana, con tunica corta, penula ed alti calzari. Lazzaro risorto esce dalla tetra spelonca tombale, ma, come una mummia, con il solo volto scoperto, è ancora avvolto in un sudario, in bende bianche; il suo corpo, benchè vivo, ha ancora i miasmi della morte, dal momento che il giovane che gli sta accanto si tira la sua corta tunica rosea sopra il naso per non sentire il cattivo odore del defunto di quattro giorni; nello stesso tempo, lo guida con la mano sinistra verso l’uscita e con la destra lo addita alla folla come il primo uomo ritornato dalla morte alla vita..

Foglio n. 1, verso, p. 2, II m.: L’Ingresso di Gesù in Gerusalemme.

L’ avvenimento è raccontato da tutti e quattro gli Evangelisti (Matteo 21, 1 ss.; Marco 11, 1ss.; Luca 19, 28ss.; Giovanni 12, 12 ss.). Anche questa pagina consta di tre parti. I Profeti sono David, Zaccaria, David, Malachia con le loro profezie sull’avvenimento. La parte superiore comprende, in successione visiva, per movimentare e vivacizzare l’ avvenimento, piccoli gruppi di persone tutte festanti, che ben visualizzano la presenza di una folla numerosa e assolvono a compiti diversi: la scena è una delle più ricche di particolari dell’ arte pittorica bizantina. A sinistra c’è un primo gruppo, costituito da due discepoli (Pietro, l’anziano, e forse Giovanni) e da due fanciulli (uno sta staccando rami o sta scendendo da un albero una volta passato Gesù, e l’altro si trova ancora nella folta chioma dell’albero). Al centro Gesù a dorso di un asinello in movimento, con l’aureola e l’imation di colore oro, la lunga tunica marrone e gli occhi rivolti verso Gerusalemme. Il Cristo è rappresentato seduto di fianco, perché il miniaturista lo vuole dipingere nella pienezza e nella solennità dell’intera figura frontale, per meglio farlo risaltare nella scena. A destra sono rappresentati due giovani, che stendono le vesti (imation o tuniche) o un tappeto all’ arrivo dell’asino, una folla acclamante e con in mano rami di palme, le alte mura della città, dalla cui porta escono festanti quattro biondi bambini , mentre altri quattro fanciulli dalle finestre e dalla porta dell’interno della città agitano ramoscelli di palma. Il miniaturista cerca di rappresentare Gerusalemme in maniera imponente, dandole una certa prospettiva, mura possenti, alte case, tetti multicolori (rossi e blu), due torri di forma quadrata con terrazze merlate, la porta aperta della città ad arco tondo, e, sullo sfondo, la cupola blu a squame di un edificio. In questa miniatura un posto di secondo protagonista hanno i giovani ed i bambini: è un’altra novità, mentre nei quattro Evangeli si tace sulla loro presenza.

Foglio n. 2, recto, p. 3, III m.: La Cacciata dei Mercanti dal Tempio.

Nella parte alta della miniatura compare un’iscrizione didascalica greca, la cui traduzione dice:”Intorno a coloro che furono cacciati dal Tempio”: è il primo “titulus historiarum”, ne ricorreranno altri quattro nelle successive tavole miniate. L’episodio è narrato da Matteo (21, 12 ss.), Marco (11, 15 ss.), Luca (19, 45-46) e soprattutto Giovanni (2, 14 ss.). Anche qui la pagina ha tre distinte parti. I quattro Profeti, con le loro citazioni bibliche, sono David, Osea, David, Isaia. . A sinistra, il miniaturista dipinge il Tempio di Gerusalemme, mettendo in rilievo la porta, che poggia su due colonne, il tetto triangolare, una tenda finemente lavorata (corta, al fine di dare profondità all’interno), il portico con tre colonne, delle quali una è scanalata e con capitello corinzio, ed infine i tetti con tegole azzurre e rosse. Anche questa scena si presenta particolarmente movimentata, vivace e policroma. Inoltre, il miniaturista, per offrire un’ immagine a tutto campo e molto visibile della scena, ha eliminato i muri perimetrali del Tempio ed ha rappresentato questo di profilo, invece che nel prospetto. Gesù, sotto il portico del Tempio, conversa con due sacerdoti, tenendo nella mano sinistra una sferza di cordicelle, con la quale ha scacciato i profanatori della casa di Dio: tutti e tre indossano l’imation, lunghe tuniche ed i sandali. La parte destra della tavola è dedicata alla descrizione del”fuggi-fuggi”dei mercanti nel cortile del Tempio: il cambiavalute chinato volge lo sguardo verso Gesù e nella fretta fa cadere monete, borsa e pallottoliere; tre giovani in fuga, di cui due ancora con gli occhi rivolti a Gesù, che si portano dietro le loro mercanzie; il giovane che tira una capra per le corna e le orecchie; ed infine la rappresentazione di numerosi animali, una capra riottosa, una colomba che prende il volo, approfittando della gabbia aperta, una capra in fuga, due pecore e due buoi gibbosi siriaci.

Foglio n 2, verso, p.4, IV m.: La Parabola delle 10 Vergini.

La didascalia greca in alto dice :”Intorno alle dieci vergini”. Questa metafora è presente soltanto in Matteo (25, 1-13); essa, nei secoli successivi, è probabilmente il prototipo che verrà utilizzato per rappresentare il giudizio universale e la divisione netta dei dannati, a sinistra, dagli eletti, a destra, distinti dalla porta del paradiso, dietro la quale c’è Gesù, che giudica secondo meriti e demeriti. I Profeti con i loro cartigli sono David, nelle prime 3 figure, il quarto è Osea. La parte centrale della scena è dedicata al Cristo, che, alzando la mano, si accinge a parlare, e alla porta del paradiso, solida e dipinta di scorcio, che separa nettamente i due gruppi di ragazze. Le cinque vergini stolte ostentano, attraverso lunghe tuniche colorate e sontuose, ricchezza e potere terreno, ma trovano la porta celeste sbarrata da Cristo; le loro torce che si stanno spegnendo e che non possono alimentare di olio, perché le loro ampolle sono vuote, sono l’immagine – simbolo della perdita di ogni speranza di salvezza. Le altre cinque vergini manifestano visibilmente la loro saggezza attraverso il bianco delle loro vesti, accompagnate da Cristo sono entrate nel Regno celeste, che è rappresentato dalla fiamma luminosa delle torce, dalle ampolle piene di olio combustibile, dalla foresta di frondosi alberi pieni di frutta rossa, dai quattro fiumi del Paradiso, che scendono da una rupe e formano un unico fiume sotto i piedi del Cristo e delle ragazze sagge.. Gesù, che rappresenta lo sposo della parabola, è, come prima, dipinto con l’aureola e l’imation d’oro e con i sandali. In questa tavola però c’è una novità: Cristo è rappresentato con la tunica blu, come nelle successive tavole V, VI e VII..

Foglio n. 3, recto, p. 5, V m.: L’ ultima Cena e la Lavanda dei Piedi.

I due avvenimenti, distinti e separati nella tavola miniata, sono raccontati da tutti e quattro gli Evangelisti : Matteo (26, 17 ss.), Marco (14, 14 ss.), Luca (22, 1 ss.), Giovanni (13, 1 ss.). La miniatura è distinta in quattro parti: l’ultima cena e la lavanda dei piedi sopra, i profeti ed i loro cartigli sotto. I Profeti sono David, nelle prime tre figure, l’ultimo è Sofonia. . La prima scena, a sinistra della tavola, è dedicata dal miniaturista alla più antica e vera rappresentazione dell’ultima cena, avente valore storico. Essa viene consumata attorno ad un tavolo semicircolare, marmoreo e venato, con drappi colore oro e decorati con tre uccelli, imbandito con un’unica coppa d’oro e due pani. Tra i commensali, sdraiati sui loro letti, c’è il Cristo collocato dal pittore all’ estrema sinistra (e non al centro, come l’ha erroneamente descritta Leonardo), a testimoniare di essere uomo tra gli altri uomini, in piena umile parità con essi. Gesù disteso su un divano, secondo l’uso antico di stare a tavola, ha l’aureola e l’ imation d’oro, i sandali e la tunica lunga blu. Sopra in greco c’è scritto: “Verità di Dio, io vi dico: uno di voi mi tradirà”(Matteo, 26, 21). Gesù, con la mano destra protesa indica il settimo dei commensali, Giuda, che sta intingendo il pane nel vaso d’oro. Si possono individuare i seguenti apostoli: Pietro, l’anziano, all’ estrema destra, mentre a sinistra il primo, quello calvo, è Giovanni ed il terzo con i capelli bianchi è Andrea, mentre tutti gli altri hanno i capelli scuri. A destra della tavola c’è la rappresentazione della secondo avvenimento, la lavanda dei piedi degli apostoli. Gesù, inginocchiato davanti ad un vaso d’oro riempito di acqua blu, lava i piedi prima a Pietro e poi a Giovanni, con l’umiltà di chi ha, di chi testimonia e di chi vive la Verità. L’ iscrizione greca, in alto, recita : “(Pietro) gli disse : mai e poi mai tu laverai i miei piedi”.

Foglio n. 3, verso, p.6, VI m.: La Comunione degli Apostoli col Pane.

Questa e la successiva tavola miniata sono dedicate all’istituzione dell’eucarestia (con il pane e con il vino), la quale ha valore liturgico, a differenza della precedente dell’ultima cena, che viceversa ha carattere storico. La rappresentazione della comunione degli apostoli, mediante il pane ed il vino, è descritta da Matteo (26, 26-29), Marco (14, 22-26) e Luca (22, 14 e 18-20). La miniatura occupa metà della scena, che viene completata nel foglio successivo. I sei Apostoli si muovono verso Gesù in processione, da destra a sinistra, per ricevere il pane dell’ eucarestia. La scritta greca, in alto, recita: “Poi prese il pane, ringraziò Dio e lo diede loro, dicendo: (prendete e mangiate) questo è il mio corpo”. I Profeti, accompagnati dalle loro citazioni, sono David, Mosè, David, Isaia. La miniatura per dare l’immagine del movimento agli Apostoli usa diversi accorgimenti: i corpi tesi e curvi, i gesti, le braccia, le gambe e i piedi tutti in tensione e figurazioni diverse, assieme agli imation e alle lunghe tuniche mossi e sollevati ; ma l’espediente più originale riguarda i due Apostoli davanti alla figura ieratica ed autorevole di Gesù Cristo, i quali hanno in comune il bacino e le gambe. I particolari della miniatura, osservati attentamente, rivelano meglio la perizia dell’ artista nel dare movimento e vivacità alla scena.

Foglio n. 4, recto, p.7, VII m.: La Comunione degli Apostoli col Vino.

La scena completa quella del foglio precedente. Gli altri sei Apostoli, con movimento inverso da sinistra verso destra, rispetto alla rappresentazione di prima, vanno verso il Cristo a bere nel suo calice d’oro il vino rosso. In alto c’è scritto: “Prese la coppa, ringraziò Dio e la diede loro, dicendo: (bevetene tutti, perché) questo è il mio sangue”. I Profeti con i loro cartigli profetici sono Mosè, David, David, Salomone. I sei Apostoli di questa tavola miniata, come quelli della scena di prima, portano l’imation, la lunga tunica bianca ed i sandali: si possono individuare Pietro, che è colui che beve, ed Andrea, che gli sta accanto. Gesù continua ad essere rappresentato con l’aureola e l’imation d’oro, con una lunga tunica blu ed i sandali. Anche questa scena rompe la staticità delle pitture antiche e bizantine, con gli stessi abili e suggestivi espedienti usati nella miniatura precedente e in altre successive.

Foglio n. 4, verso, p. 8, VIII m.: Cristo nell’ Orto del Getsemani.

L’ avvenimento è raccontato da tutti e quattro gli Evangelisti: Matteo (26, 36 ss.), Marco (14, 32 ss.), Luca (22, 39 ss.), Giovanni (18, 1). La parte superiore presenta – per la prima volta – due diverse scene: quella di destra è occupata da Gesù inginocchiato e disteso per terra, nell’ atto della preghiera a Dio Padre (Abbà), mentre quella di sinistra rappresenta il Cristo che sveglia gli Apostoli (Pietro, Giovanni e Giacomo, poco visibili a causa della pergamena molto usurata). I Profeti, accompagnati dalle loro profezie, sono David, David, Giona, Naum. La scena presenta altre due novità ed originalità : una è il paesaggio dell’ orto rustico sotto il monte degli ulivi, l’ambiente naturale che compare per la prima volta nel”Codex”; l’altra è la rappresentazione del cielo notturno sereno, di colore blu (sovrastato da una cupa e nera notte), punteggiato da stelle e dalla luna crescente, che è la prima in assoluta nella storia dell’ arte cristiana. In entrambe le scene Gesù (quegli che prega tra le rocce e quegli che sveglia gli Apostoli) indossa una lunga tunica marrone, che ricompare in questa miniatura, mentre era scomparsa nelle tavole IV, V, VI e VII.

Foglio n. 5, recto, p.9, IX m.: Frontespizio della Tavola dei Canoni.

All’interno della miniatura, dentro il doppio tondo, c’è scritto: “Struttura del canone dell’armonia tra i Vangeli”. Sugli estremi dei due diametri, che formano idealmente una croce greca, inscritta in una doppia circonferenza o cornice d’oro, dentro quattro medaglioni, emergono i quattro Evangelisti, dipinti a mezzo busto su fondo blu. L’ artista ha rappresentato gli Evangelisti in un sistema circolare, inteso a visualizzare i loro legami, le loro interazioni e le loro coincidenze su quanto hanno scritto intorno al Cristo. Anche i colori , dentro la doppia circonferenza, si rinnovano in successione di gruppi di quattro (nero, arancione, blu, rosa), a ventagli sovrapposti, con otto colori in ogni arco, e sono tesi a dare l’ immagine dell’ armonico accordo tra le diverse versioni dei quattro Vangeli. La successione visiva degli Evangelisti segue, da destra a sinistra (osservando con le spalle alla tavola miniata), il segno della croce della “Divina Liturgia” ossia del rito bizantino – greco, attribuito a S. Giovanni Crisostomo (344 ca. – 407), patriarca di Costantinopoli, tuttora in uso presso le comunità religiose greco-bizantine, sia cattoliche d’Occidente (Grottaferrata, Eparchia di Lungro, paesi italo-albanesi ecc.) sia ortodosse delle Chiese d’Oriente. La sequenza visiva dei quattro Evangelisti, inoltre, corrisponde precisamente alla cronologia dei quattro Evangeli. In alto, è dipinto Matteo (Levi), il cui nome è scritto sopra per intero: è l’ autore del I Vangelo, pubblicato forse tra il 40 e il 50. Poi viene Marco, sulla destra di Matteo, riconoscibile dalla lettera greca « M », iniziale del suo nome, a lato del tondo: è l’autore del II Vangelo, pubblicato nel 65 ca. Quindi va visto Luca, a sinistra di Matteo, recante al lato l’iniziale « L » del suo nome: è autore, oltre che degli Atti, del II Vangelo, scritto nel 65-70. Infine, in basso, c’è Giovanni, il più anziano, la cui iniziale del nome « Gh » si trova sotto, rappresentato con la barba bianca : è l’autore del IV Vangelo, scritto nel 100. I ritratti nei dischi o tondi dei quattro Evangelisti (« imagines clipeatae ») hanno diversi elementi decorativi ed espressivi in comune: l’aureola d’oro, l’imation e la tunica bianchi, il libro d’oro (il proprio Vangelo) chiuso nella mano sinistra, la mano destra alzata ed aperta di chi si accinge a parlare.

Foglio n. 6, verso, p.12, X m.: Lettera di Eusebio a Carpiano sulla Concordanza dei Vangeli.

La miniatura riguarda la concordanza dei Vangeli ed è una pagina estranea al “Codex”, appartenente certamente ad un altro codice andato perduto. Il testo si differenzia dal resto del “Rossanensis”, perché è racchiuso in una cornice aurea dai contorni neri, rettangolare, decorata (con rosette, foglie, bottoni, canestri, gigli, colombe ed anatre), perché è a tutta pagina, invece che su due colonne, ed è privo di illustrazioni.

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Museo della liquirizia Giorgio Amarelli

Descrizione

Il museo della liquirizia di Rossano, frazione di Corigliano-Rossano, espone al suo interno gli attrezzi utilizzati nella lavorazione, nella commercializzazione, e nell’estrazione della radice da cui si ricava la liquirizia, oltre ad abiti, oggetti, manoscritti legati alla famiglia Amarelli, impegnata da circa 3 secoli nella produzione della celebre liquirizia omonima. Si tratta dell’unico museo italiano su questa tematica. Incisioni, documenti, libri, foto d’epoca ma anche attrezzi agricoli, oggetti quotidiani e splendidi abiti antichi a testimoniare la vita di una famiglia, che valorizza i rami sotterranei delle piante di liquirizia che crescono spontanee sulla costa ionica, e che diventano il palcoscenico di un museo unico al mondo. Il grande spazio del “Concio”, risalente al 1731, rende perfettamente l’idea dello scorrere del tempo tra passato e presente. Accompagnati dalle attente assistenti museali scoprirete i segreti della lavorazione della liquirizia, i covoni di radice pronta per essere lavorata, gli impianti moderni per l’estrazione, gli antichi cuocitori dove si addensa la pasta nera di liquirizia e le trafile in bronzo che le conferiscono forma e spessore, in una visita al processo produttivo perennemente immersa nel dolce profumo di liquirizia e che, come il museo, appassiona tutti, adulti e bambini. Il fumaiolo, con le iniziali del Barone Nicola Amarelli, svetta imponente dal tetto del concio alla cui base si trova il “Museo Open Air” con un’esposizione davvero unica di pezzi industriali d’epoca. Un’avventura inedita che trasporta nella realtà di un passato fiorente e racconta il presente di un prodotto eccellente da gustare, a fine del percorso, nel Liquorice Shop e nel Museum Cafè. Dal bastoncino di legno grezzo alle liquirizie pure o con menta e anice, dalle gommose all’arancia, al limone, alla violetta, fino ai confetti delicatamente colorati, la nostra liquirizia assume forme e gusti diversi. Infine l’Auditorium “Alessandro Amarelli” grande spazio con oltre cento posti da sempre parte integrante del complesso di fine Settecento, è oggi un ambiente accogliente, cuore pulsante della vita culturale e degli eventi del Museo della Liquirizia. Le visite sono sempre guidate, ed oltre che in italiano, sono svolte nelle lingue più diffuse francese, inglese e tedesco e su richiesta russo, spagnolo e portoghese. Un esperienza indimenticabile vi aspetta al Museo della liquirizia Giorgio Amarelli.

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Museo Diocesano di Rossano

Descrizione

Attiguo alla Cattedrale di Rossano, il Museo Diocesano fu il primo istituito in Calabria, ospita il pregiato Codex Purpureus Rossanensis, evangelario miniato del VI d.C.. Il Museo diocesano e del Codex racchiude al suo interno due musei, quello diocesano e quello del Codex. All’ingresso il visitatore troverà un corridoio, dove sulla parete di fondo avrà modo di vedere un video introduttivo che accoglierà il visitatore e spiegherà i contenuti stessi del museo. Il corridoio è direzionale: a sinistra si va nelle sale riservate al Codice Purpureo, tre sale, a destra il restante Museo diocesano di Rossano, composto da sei sale espositive dove in ognuno è possibile rivivere le fasi storiche della diocesi e del suo territorio. Il Museo è stato completamente ristrutturato ed inaugurato il 3 luglio 2016. La tecnologia presente al suo interno lo rendono uno dei più innovativi e tecnologici d’Italia. Nelle due sale, ottenute riattando opportunamente i locali della sagrestia della Cattedrale, vennero raccolte testimonianze artistiche, suppellettile sacra e liturgica insieme ad altro materiale documentario di varia epoca a degna corona del ben più famoso Codex Purpureus, evangelario greco miniato in oro, perla della cultura mondiale e gloria di Rossano e della Calabria.

La nuova e più ampia struttura, ricavata in un’ampia ala del Palazzo Arcivescovile, ha consentito un allestimento più adeguato e razionale degli spazi espositivi, oltre naturalmente al recupero di altre testimonianze prima invece accantonate. Nel nuovo contesto più vasto e moderno, le collezioni sono offerte ai visitatori con una precisa successione tematica e là dove possibile cronologica, in modo da facilitare una fruizione spiritualmente più ordinata e significativa.

Nel Museo Diocesano di Rossano tra i vari oggetti di notevole importanza storica ed artistica si segnalano in particolare uno specchio greco in bronzo del V secolo a.C. la tavola a fondo oro della Pietà, di scuola veneta risalente al VX secolo, e la Sfera Greca, ostensorio cesellato in perfetto stile gotico di fine XV secolo. Oltre ai vari suppelletili lirgici, si segnalano anche l’anello sigillo di San Nilo risalente al XIII secolo, i Capitoli manoscritti dei Privilegi della Regina Bona Sforza alla città e varie Pergamene, tra cui la lettera di Carlo II d’Angiò all’arcivescovo di Rossano del 1298.

Interessanti e ricchi di storia e di arte sono inoltre i molti parati liturgici di varia epoca, colore ed uso. Senza sminuire l’importanza storica degli oggetti esposti all’interno del museo, il vero gioiello del Museo Diocesano e di tutta la città di Rossano, è senza dubbio il Codex Purpureus Rossanensis.

IL CODEX PURPUREUS ROSSANENSIS.

Il Codex Purpureus, conosciuto anche con l’appellativo di Rossanensis, è un antico evangelario greco del VI secolo d.C. miniato in oro e realizzato tra la Palestina e la Siria. Giunto a Rossano intorno al IX secolo, portatovi da qualche monaco in fuga, il Codex Purpureus contiene la trascrizione in greco dei vangeli di Matteo e Marco. Vergato con caratteri onciali su pergamena color porpora, da qui il nome di purpureus, il Codex Purpureus è ancora oggi uno dei più antichi manoscritti miniati del Nuovo Testamento.

Sale del Codice Purpureo

Codex Purpureus Rossanensis

sala Codex

Tre sale del museo sono dedicate all’opera più importante, l’Evangelario miniato bizantino noto come Codex Purpureus Rossanensis.

Una sala è dedicata all’esposizione del manoscritto originale, custodito, al centro della stanza, in una super-teca protetta e ventilata, con la sala a temperatura costante di 18 gradi per permettere al prezioso libro in pergamena di poter essere esposto alla sua temperatura naturale. Al fianco della teca è presente un totem che consente di “sfogliare” digitalmente le pagine del Codex grazie all’uso di uno schermo touch-screen su cui sono state caricate le immagini acquisite in precedenza tramite delle scansioni effettuate dall’originale, lo schermo touch-screen è collegato ad uno schermo che consente al pubblico di poter ammirare ogni singolo dettaglio delle preziose miniature contenute all’interno di uno dei vangeli miniati più antichi al mondo.

Nelle sale che precedono quella riservata al Codex si trovano, in una, un video-documentario che racconta della storia del prezioso manoscritto, dalle origini fino all’arrivo a Rossano, insieme ad un pannello didascalico in cui sono contenute informazioni sulle quindici straordinarie miniature del Codex che raccontano la vita di Gesù. Nella sala d’ingresso, invece, sono presenti informazioni sull’ultimo restauro del libro sacro, fornite dal ICRCPAL (Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio artistico e librario), inoltre sono presenti pannelli didascalici riguardanti confronti con altri Codici presenti nel Mondo e un pannello dedicato all’area geografica di probabile realizzazione del prezioso manufatto, ossia l’impero romano d’oriente altrimenti detto impero bizantino.

Le sale sono comunicanti tra loro, mentre le prime due sono preparatorie al Codex, la terza, quella che lo ospita, è riservata alla contemplazione dell’opera stessa, essa ha la forma di uno scrigno che contiene un tesoro di inestimabile valore artistico, storico e cristiano pervenuto fino ai nostri giorni.

Le luci della sala puntano all’esaltazione del sacro Evangelario.

Le sale a destra del corridoio direzionale, sono dedicate all’esposizione del Museo diocesano. Ogni sala racconta un’epoca ed ha lo scopo di tracciare un profilo storico della città e della diocesi di Rossano attraverso i più significativi oggetti d’arte custoditi nel suo museo.

SALA 02. Tra antichità e medioevo. Rossano Bizantina

La città di Rossano fu un importante caposaldo dell’impero bizantino in Italia meridionale. Proprio il X secolo è il periodo di maggior splendore della cittadina che vide nelle sue mura personaggi illustri come San Nilo. Oltre alle testimonianze architettoniche e pittoriche custodite nel centro abitato e nei dintorni, molte opere che erano custodite in tali edifici ora sono esposte in musei italiani e stranieri. La sala accoglie i più significativi oggetti a partire dal periodo della Magna Grecia fino a quello bizantino, ricostruendo quindi la storia della Diocesi di Rossano.

SALA 03. Rossano Rinascimentale

La storia della città di Rossano nel periodo post-bizantino è poco nota, ma è ugualmente ricca di avvenimenti e opere d’arte di impareggiabile livello per la Calabria. La sala accoglie preziosi oggetti collegati alla storia della diocesi e realizzati tra XV e XVI secolo:

SALA 04. Rossano tra Manierismo e Barocco

La sala espone le più significative opere d’arte realizzate tra XVI e XVII secolo riferite al contesto stilistico che vide nei due secoli il passaggio dal manierismo al barocco. La sala è inoltre arricchita da approfondimenti sul culto di san Francesco di Paola in Calabria e nella diocesi, e sulla diffusione della vera effigie del santo. Inoltre, sono presenti spiegazioni, come una sorta di glossario, sulla tipologia del diversi paramenti liturgici presenti nel museo.

SALA 5. Il culto dell’Achiropita

La sala è dedicata all’Achiropita, la Madonna venerata dai rossanesi. Il suo culto ha origini molto antiche legate alla sua immagine custodita nella cattedrale di Rossano ad Ella intitolata. Una proiezione video, posizionata al centro della sala, spiegherà, tra immagini suggestive e racconti, la storia e divulgazione di tale culto, e la sua persistenza nella città di Rossano.

SALA 06. Rossano tra Settecento e Ottocento

La sala accoglie i più significativi oggetti realizzati tra il Settecento e l’Ottocento. Determinante fu, in questo periodo, il terremoto del 1836 e la sua conseguente ripresa con gli artigiani di Serra San Bruno venuti a realizzare nuove opere d’arte.

SALA 07. Sezione Argenti

Quest’ultima stanza accoglie l’esposizione di tutti i più interessanti argenti, oggi custoditi nel museo diocesano, raccolti come una sorta di “tesoro della cattedrale”. Preziose suppellettili di varie epoche e di vario utilizzo sono presenti in questa sala per una didattica sull’uso e significato di ogni singolo oggetto nel culto cristiano e durante la funzione religiosa. Presenti quindi numerosi calici, pissidi, patene, ostensori, brocche, cartegloria, candelabri, bugie, reliquiari e molto altro.

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Oratorio di san Marco

Descrizione

La piccola chiesetta di San Marco sorge nel centro storico di Rossano, edificata intorno al X secolo, al pari della gemella Cattolica di Stilo è considerata uno dei massimi esempi di architettura religiosa bizantina in Calabria. Anche per il piccolo oratorio di San Marco originariamente dedicato a sant’Anastasia, la data di fondazione sembra essere anteriore all’anno Mille è il monumento più antico della città ed una delle architetture bizantine meglio conservate d’Italia. La chiesa di San Marco nasce come oratorio bizantino dedicato all’ascesi comunitaria dei monaci. I monaci eremiti vivevano nelle sottostanti grotte di tufo, utilizzando il piccolo oratorio per le preghiere comunitarie, per la meditazione, per i canti corali, e soprattutto per la lettura dei testi sacri. Fu costruito su iniziativa di san Nilo come luogo di ritiro ascetico per i monaci eremiti che vivevano negli antichi insediamenti rupestri sottostanti. Si tratta di un edificio in stile bizantino con pianta a croce greca, caratterizzato da cinque cupole a tamburo e dall’abside, che conserva inoltre tracce di un antico affresco della Madonna Odigitria. La chiesa possiede inoltre una pavimentazione a mosaico.

La chiesa di San Marco viene fatta risalire agli inizi dell’epoca normanna (metà dell’XI secolo) in quanto associa una tipologia architettonica bizantina con alcune caratteristiche occidentali. La struttura della chiesa è a croce greca inscritta in un quadrato con cinque cupolette su tamburi cilindrici. Con cupola centrale e quattro volte intorno, tipicamente bizantine.

L’interno dell’oratorio è diviso in nove riquadri da quattro pilastri ciascuno, sul riquadro centrale e su quelli angolari si levano le cupole, su quelli che formano i bracci della croce, la volte è a botte. La chiesa di San Marco a Rossano svetta sopra un piccolo culmine di roccia e nella parte orientale, le tre absidi si allungano colmando il dislivello.

Il vestibolo, aggiunto all’edificio in epoca più tarda, è tuttavia ben inserito nel contesto. All’interno dell’oratorio assumono grande rilievo artistico due affreschi bizantini, di cui uno raffigurante una Madonna con Bambino, superstiti tra quelli che un tempo decoravano per intero le pareti. Da segnalare inoltre una acquasantiera in pietra del XII secolo, un coevo capitello e una campana del XVI secolo.

Nella sua austera e dignitosa povertà architettonica, l’oratorio di San Marco rappresenta il massimo esempio di architettura sacra bizantina anteriore all’anno Mille. Il recente restauro dell’edificio ha portato alla luce due fosse, una delle quali destinata alla sepoltura comune dei cadaveri, l’altra invece doveva essere una sorta di passaggio segreto che conduceva direttamente alla Cattedrale di Rossano e quindi fungeva da possibile via di fuga. Il prospetto orientale è caratterizzato dalle tre alte absidi ognuna delle quali è aperta da una bifora mentre i tamburi delle cupolette presentano delle monofore. La superficie della muratura non presenta alcuna ricerca cromatica essendo questa costituita di sassi e calce ricoperti di intonaco. La bifora dell’abside centrale presenta una colonnina in marmo scanalato mentre le altre hanno un pilastrino in muratura. Il vano quadrato originario è suddiviso in nove campate da grossi pilastri quadrati Il vano mediano e quelli angolari sono coperti da cupole. L’intonacatura bianca falsa notevolmente la percezione spaziale: in origine la chiesa doveva essere ricoperta di affreschi. Contropilastri scandiscono le superfici laterali. L’accentuazione delle masse provocato all’interno dai grossi pilastri senza capitelli e l’articolazione delle superfici laterali, unito alla mancanza di ricerca cromatica delle murature esterne, danno un’impronta romanico occidentale ad una chiesa a pianta centrale bizantina. Una Madonna col Bambino di cultura bizantina risalente al XIII secolo è l’unico resto di una decorazione pittorica originariamente molto estesa. Il piccolo oratorio bizantino di San Marco sorge nel quartiere più antico della cittadina di Rossano, è stata recentemente restaurata ed oggi è una delle mete preferite per visite guidate.

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Torre di Sant’Angelo

Descrizione

La Torre Sant’Angelo “viene costruita nel 1543 con materiale di risulta dell’arsenale di Turio” e fa parte di quel sistema di fortificazioni costruito su tutta la costa calabrese a difesa dei territori dalle incursioni saracene e di deposito funzionale all’adiacente struttura doganale rossanese.   Si trova nei pressi del lungomare di Rossano a soli 150 metri circa dal mare. E’ un esemplare di architettura fortificata risalente al XVI secolo, edificato, probabilmente, nel 1543 utilizzando i resti dell’antico Arsenale di Thurio che sorgeva al suo posto. Presenta “struttura muraria in pietrame misto di diversa pezzatura, con inserti di laterizio e alcuni ricorsi orizzontali in pietra di grandi dimensioni. La gran parte dell’immobile è intonacata”. Poco distante dal mare, la torre si colloca nell’abitato, circondata da pochi edifici. La forma che la contraddistingue è anomala, presenta infatti un impianto planimetrico stellato dato da una pianta quadrata di 14 m di lato (interno 10×10 m) dotata di quattro torrette triangolari poste ai vertici, “con asse lungo le diagonali del quadrato di base”, “smussate agli spigoli con bassi speroni di rafforzamento a punta” leggermente scarpati. “L’interno è voltato a botte; in ogni torretta vi è un ambiente”. Il secondo livello, sorretto da quattro arconi posti sui fronti è stato parzialmente demolito, in data non nota, per realizzare la copertura a tetto. La struttura è priva di aperture tranne in corrispondenza degli arconi. Intorno alla metà dell’800 sorsero accanto alla Torre, numerosi edifici che servivano per lo stoccaggio dei prodotti destinati all’esportazione, per la vicinanza di un piccolo pontile al quale approdavano bastimenti di piccolo cabotaggio.
La Torre, che dal 1980 è diventata di proprietà comunale, è stata sottoposta, negli anni novanta, a lavori di restauro per riportare alle origini la sua struttura,che, dopo essere stata per qualche tempo anche sede della Guardia di Finanza, versava in stato di abbandono. Gli interventi operati sulla Torre hanno avuto un duplice obiettivo: da un lato di recupero strutturale e dall’altro di recupero funzionale.
Oggi, in fatti la Torre, specie durante il periodo estivo, ospita mostre d’arte, convegni ma anche rappresentazioni teatrali, di danza e musicali.

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