BENI CULTURALI SANTA SOFIA D’EPIRO

BENI CULTURALI SANTA SOFIA D’EPIRO

Riserva Naturael Lago di Tarsia

Nel territorio di Santa  Sofia d’Epiro è compresa una parte della riserva naturale del Lago di Tarsia, oasi lacustre di importante interesse faunistico. È possibile compiere percorsi naturalistici e di birdwatching. Per ulteriori informazioni visitare il sito: www.riservetarsiacrati.it.

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Accademia dell’Arte e della Musica

Inaugurata il 4 gennaio 2010 l’Accademia è stata istituita per dare la possibilità ai cittadini di avvicinarsi alla musica, al teatro e all’arte in genere. La struttura è dotata di una sala teatro, una sala prova corredata di strumenti musicali e una sala registrazione.

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MUSICA

Cittadina amante della musica, Santa Sofia conta ben due gruppi musicali (Peppa Marriti Band e Spasulati Band); un gruppo folkloristico (Shqiponjat)  e una antica banda musicale, intitolata al musicista siciliano Vincenzo Bellini.

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Biblioteca Civica- Angelo Masci

È stata istituita il 24.03.1981, ed è situata in Via Ospizio. Didatticamente è organizzata secondo il sistema “a scaffale aperto”. La struttura gestisce 13000 unità bibliografiche. Spicca la sezione dedicata alle Minoranze Linguistiche in Calabria, GRECANICI, OCCITANI e in maniera particolare le etnie arbereshe in Italia, composta da 1500 titoli, volumi, in lingua albanese, tedesca e inglese. È collegata alla rete delle biblioteche e in particolare al sistema Sebina OPAC Calabria.

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Cappella di S. Atanasio

Particolare edificio di stile bizantino costruito negli anni ’90 su un precedente piccolo santuario dedicato al santo patrono. Si trova su una collina a poche centinaia di metri da centro storico. Importanti e degni di essere visitati sono gli affreschi del pittore albanese Josif Drobroniku.

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Centro storico

Architettura Arbëreshë

Il centro storico di Santa Sofia d’Epiro è situato lungo una linea di crinale che si sviluppa da Nord-Est ad un livello superiore verso Sud-Ovest.  Da fonti filologiche sappiamo che nell’area di Nord-Ovest, zona adiacente all’attuale chiesa di Santa Sofia nel IX secolo sorse un minuscolo villaggio fondato da soldati greci, in seguito abbandonato o distrutto. Nel XV secolo, quando giunsero i profughi albanesi a ripopolare le cinque contrade sterminate dalla peste nera, strategicamente si insediarono nei pressi della chiesa vecchia (Santa Sofia – Terra), mentre, con molta probabilità, un secondo gruppo si accampò sul fianco Est, oggi la Ka dera (porta di casa) don Xhiuanit, dove a ricordo poi fu edificata la chiesa di Santa Venere  (in questo gruppo probabilmente vi erano i superstiti di quella che era stata la contrada di Pedalati), e un terzo gruppo sul livello superiore di promontorio, Ka Shpia (Casa di..) Ioscarit, svolgendo così anche servizio di vedetta. Infatti su queste aree vi sono le prime presenze della microstrutture urbane di chiara matrice nomade.

Lo spazio urbano che originò il primo nucleo insediativo che, con molta probabilità, riciclava il modo di disporre le tende o le capanne, era organizzato in Gjitonie. Ogni gjitonia (termine di origine greca che significa vicinato) è formata da un gruppo di abitazioni disposte radialmente su uno spiazzo comune detto sheshi su cui vertono gli ingressi di queste dimore il cui accesso è possibile, per alcune, direttamente, sullo stesso livello dello spiazzo; per altre, tramite una scala che dà su di un ballato a superare il declivio in cui è posto lo spazio comune. Le abitazioni con lo spiazzo costituiscono un “unicum”, quindi un proprio dominio, o meglio, una sola struttura. Gruppi di gjitonie, anche se disposti in modo irregolare, creano un’originale trama urbana che si inserisce armonicamente nel territorio senza violarlo. Le microstrutture si adagiano all’orografia propria del terreno seguendo le curve di livello modificando l’area comune (sheshi), in un piano lievemente inclinato, in modo da rendere possibile lo scorrimento delle acque. Tale “impianto urbanistico” è totalmente estraneo alla cultura italiana. A Santa Sofia è facile riconoscere tale trama, anche se molte abitazioni sono state manipolate irrimediabilmente più volte; nonostante ciò, vi sono ancora taluni siti in cui è possibile riconoscere questo modo di organizzarle esse sono generalmente di tre tipi e dipendono dalla estrazione sociale di chi le occupa.

Tipi edilizi

La dimora del nobile è a due livelli oltre la copertura a falde e si distribuisce come segue: a piano terra si trovano i depositi dei prodotti che vengono dalla terre e gli attrezzi per la lavorazione, una serie di locali di forma quadrata molto regolari che da un lato affacciano con gli ingressi sulle piccole strade (rrugat) la cui ventilazione è assicurata da finestre a ridosso del declivio il primo di questi locali è l’ingresso dell’abitazione, attraverso una scala interna dà accesso all’alloggio, ornato da portali in pietra lavorata e affaccia nell’area comune.

Esistono vari esempi di gjitonì, in quasi tutto il centro storico, che meritano di essere considerati, e la cui attenta osservazione ci fornisce diverse informazioni sul modo di concepire e organizzare l’abitare da parte di questo popolo. Nonostante la quasi totale trasformazione di queste microstrutture, nel corso degli anni, esse racchiudono un’atmosfera che ci riporta ad un tempo lontano, in cui si viveva in strettissima socialità, che ha contribuito notevolmente a generare un tale tipo di struttura che, non a caso, è circolare, tondo, segno di uguaglianza sociale, in quanto gli espatriati erano legati fra loro da inscindibili vincoli sociali. Per quanto concerne l’architettura, essa è eminentemente popolare e quindi non si presenta in modo appariscente. Le abitazioni originarie, tipologicamente molto semplici, con pianta quadrangolare quasi sempre irregolare, a uno o due livelli con sottotetto, e tetto a una o due falde, ricoperto da coppi di terracotta, sono simili alle modeste case rurali del contesto calabrese, ma presentano dei caratteri propri e originali, specie di chiara matrice balcanica.

Un elemento estraneo alla cultura locale consiste nell’inserimento del forno all’interno dell’abitazione. Questo avviene per due motivi: in primo luogo perché gli albanesi avevano un loro modo di cuocere i cibi, prediligendo cucinare infornando le pietanze, in secondo luogo vi è un motivo funzionale, poiché il forno fungeva, scaldandosi, da stufa producendo, assieme al camino, calore. Un esempio dove è possibile osservare dall’esterno parte della volta a bacino (“goba”) del forno, si trova in una abitazione in Via Ascensione, nella parte “alta” del paese (zona Sud Ovest). Altri elementi di diversità sono le forme di alcune piccole aperture di chiara matrice orientale. Gli angoli di diversi edifici sono parzialmente smussati culminando in alto con un archetto, rivolto verso l’esterno, a sesto acuto; scelta non solo formale, ma anche funzionale un quanto rendeva più agevole il passaggio agli animali da soma, quando erano muniti di ampio carico. Gli stemmi posti nelle chiavi di volta di alcuni portali sono emblemi di legione, segno di un popolo di guerrieri, in cui anche le donne prestavano servizio militare. A volte, attraverso i vetri di qualche finestra, si scorge una tendina con motivi balcanici, che contribuisce ad armonizzare il contesto architettonico. In alcuni centri di origine albanese del circondario attualmente vi sono artigiani (per lo più donne), che dalla lavorazione delle piante di ginestreproducono una fibra con cui realizzare drappi ornamentali con originali finiture tipicamente arbëreshë. Ultimo testimone di questa presenza orientale, è il semplice cantonale curvo di alcuni edifici.

Edifici principali

Alla fine del XVII secolo, con la caduta del principato dei nobili Sanseverino viene a crearsi una nuova classe sociale costituita da coloro che erano al servizio del principe e da cittadini di Santa Sofia che divennero proprietari di alcuni terreni. Sorsero così all’inizio del XVIII secolo alcuni palazzi nobiliari: Palazzo Becci e Palazzo Bugliari, nonché il cinquecentesco Palazzo dei Vescovi di Bisignano.

Centro abitato

Il centro storico di Santa Sofia d’Epiro, come quello di tutti i paesi arbereshe, è organizzato in piccoli nuclei abitativi denominati Gjitonie (Rioni). Esso inoltre è suddiviso in due parti: quella superiore, Drelarti, e quella inferiore, Drehjimi, che trovano il loro ideale punto d’incontro nella piazza principale del paese dove sorge la Chiesa matrice cattolica di rito greco-bizantino dedicata a Sant’Atanasio il Grande, vescovo e dottore della Chiesa. La chiesa fu eretta nel 1742 in stile neoclassico con unico navata e con abside quadrata. Oggi, la chiesa si presenta ben adatta al rito greco-bizantino anche se è visibile la precedente struttura di rito latino. La chiesa venne ristrutturata varie volte e negli anni 1976-1982 è stata affrescata in stile bizantino da Niko Gianakakis di Creta.

All’estremità orientale del paese sorge l’antica Chiesa di Santa Sofia detta Qisha Vjeter, riedificata negli anni sessanta ed oggetto di ricerche anche dall’Ahnenerbe, mentre al lato Ovest è situata la Chiesa di Santa Venere. Rivolta verso il paese, sul colle Monogò, è ubicata la Cappella del Santo Patrono di recente restaurata ed ampliata. Dietro l’antico Palazzo Vescovile, in Largo Trapeza, si trova il Municipio, la Biblioteca Civica “Angelo Masci” e il Museo del Territorio e del Costume Arbereshe.

Contrade

Santa Sofia d’Epiro è un centro a economia prevalentemente agricola, per questo motivo la ricchezza del suo territorio è costituita dalle numerose contrade, più di 40, dove risiede gran parte della popolazione e dove si svolgono tutte le produzioni agricole. Il territorio di Santa Sofia ha un’estensione totale di circa 39 km², ha una morfologia tipicamente collinare e un’altitudine media compresa tra i 550 e i 750 metri s.l.m. La sua rete idrografica è costituita da numerosi torrenti, e i due corsi d’acqua più importanti sono il fiume Crati e il torrente Galatrella. Confina con i comuni di Bisignano a Sud-Ovest, di San Demetrio Corone ad Est, di Tarsia a Nord e Nord-Ovest. Le contrade più importanti e popolose sono: Cavallodoro, Acci, Grottile, Scesci, Gaudio, Mustia, Fravitta, Zarella, Pagliaspito, Zamadà, Gallice, Cacciugliera e Serra di Zotto.

Nella toponomastica del centro urbano molte strade mantengono vivo, ancora oggi, il ricordo dei luoghi da cui provennero nel XV secolo i primi esuli greco-albanesi. Alcune, invece, portarono i nomi dei cittadini sofioti che nei tempi passati si sono distinti nella cultura e nell’impegno politico e patriottico. Altre ancora testimoniano toponimi tipici della comunità arbëreshë che si mantengono ancora inalterati nella memoria storica degli abitanti del paese.

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CHIESA DI SANTA VENERE

 Costruita nel 1600 da una nobile famiglia locale, è situata nella periferia del paese. All’interno si possono ammirare icone del pittore albanese Josif Drobroniku e una tela seicentesca raffigurante la martire. La struttura si trova nel area periferica del centro stoRico.

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Chiesa di Sant’ Atanasio il Grande

È la chiesa principale del paese e una delle più belle dell’Eparchia Greco – Albanese di Lungro, alla quale Santa Sofia d’Epiro appartiene. Sorge al centro del paese nella piazza principale de centro storico. L’edificio risale al 1742 in stile neoclassico, ed è la sede della parrocchia. Dal punto di vista architettonico si presenta ad aula unica con abside quadrata. Le pareti interne e la volta sono state affrescate interamente negli anni ’80 dal pittore cretese Nikos Jannakakis, con dipinti di chiara evocazione bizantina. È considerata, aragione della sua bellezza, una delle più belle chiese dell’Eparchia di Lungro.

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CHIESA DI SANTA SOFIA MARTIRE

Risalente al X sec.,  è la chiesa più antica di Santa Sofia d’Epiro. Eretta in pieno periodo bizantino mantiene ancora oggi alcune caratteristiche dello stile originario. Conserva all’interno pregevoli quadri antichi ed icone dipinte dagli Jeromonaci dell’abbazia basiliana di Grottaferrata.

L’Abito Storico Arbëreshe di Santa Sofia d’Epiro fa parte dei vestiti tradizionali
della comunità italo–albanese della Pre Sila Greca, e si divide in tre varianti principali:
quello giornaliero, quello della mezza festa e quello della sposa, detto anche vestito della festa;
a questi tre si aggiungeva un quarto detto del lutto e in circostanze particolari un quinto detto del mezzo lutto, utilizzato da quelle spose i cui mariti risultavano dispersi, soprattutto durante i conflitti bellici.

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Vestito della Festa di Santa Sofia d’Epiro

Il Vestito della Festa di Santa Sofia d’Epiro veniva indossato dalle donne in occasione del loro matrimonio  ed era tramandato di madre in figlia, e quando non era possibile permettersi la spesa, veniva chiesto in prestito  per otto giorni; era denominato veshje nuseje o kostumi i parë.

Oltre al vestito un elemento fondamentale del giorno del matrimonio era anche l’acconciatura, i capelli  venivano intrecciati con un gallone bianco e ammassati alla nuca fino a formare il “tupi”, protetto da una  specie di sfera compatta e ricoperto da lino di colore bianco. Sopra la sfera veniva posta la keza ed infine  su tutto veniva poggiato il velo trasparente intessuto con fili di oro e di seta.

Elementi del Vestito della Sposa di Santa Sofia d’Epiro

Linië –a: Lunga camicia di lino e cotone bianco con ampia scollatura;
Sutanin –i: Sottoveste in cotone ricamata a motivi floreali;
Petin – i: Copripetto ricamato finemente in lino bianco;
Cohë – a: Sottana verde o azzurra, pieghettata e laminata in oro, sul fondo è bordata di gallone dorato;
Sutanë – a razi: Sottana in raso setato a fitte pieghe, bordata di gallone dorato, si indossa sotto la “coha”;
Xhipun – i llastri: Corpetto di colore azzurro con ricami dorati a motivi floreali sulle maniche e larghe  strisce di gallone d’oro sulle spalle;
Kezë – a: cuffia nuziale che si pone in testa e copre la crocchia dei capelli. E’ decorata con fili d’oro o argento;
Panderë –a: Elemento del costume nuziale, a forma rettangolare, ricamato fittamente con fili d’oro e di argento che
si porta sul davanti e legata intorno al giro vita;
Tuvalë – a: Scialle trasparente in tulle bianco, tuvalë tulli; laminato in oro con ricami a fili d’oro, tuvalë treni o tuvala ari;
Kallucietë, -t: Calze di cotone bianco lavorato a mano;
Këpucë, -t: Scarpe di suola foderate dello stesso tessuto della “Coha”.

Vestito della Mezza Festa di Santa Sofia d’Epiro

Il Vestito della Mezza Festa di Santa Sofia d’Epiro, “kostumi i dit”, veniva indossato dalle donne sposate  la domenica per andare a messa, per recarsi in visite di cortesia, in occasione delle feste e durante il matrimonio  di un parente; era anche denominato vestito di Gala.

Elementi del Vestito della Mezza Festa di Santa Sofia d’Epiro

Linië –a: Camicia di lino bianco con merletto in tulle ricamata in bianco a punto intagliato;
Cohë – a: Gonna in raso fuxia (in questo costume si indossa sola la “coha” di raso che viene portata con il costume nuziale).
Xhipun – i : Giacchettino di velluto nero, gallonato d’oro e ricamato in oro sulla sopramanica;
Pan – i: Scialla rettangolare confezionato con sfoffa di raso, guarnito di gallone dorato con motivi floreali in oro;
Skamandil – i; Fazzoletto di seta di colore bianco o di un altro colore chiaro;
Kallucietë -t: Calze di cotone bianco;
Këpucë, -t: Scarpe di colore nero con tacchi medio alti.

Vestito Giornaliero di Santa Sofia d’Epiro

Il Vestito Giornaliero di Santa Sofia d’Epiro, Kostumi për nga dita, era il vestito quotidiano delle
donne sofiote, utilizzato fino a qualche anno fa dalle anziane.

Elementi del Vestito Giornaliero di Santa Sofia d’Epiro

Linië –a: Lunga camicia di cotone bianco, senza merletto;
Sutanin –i: Sottogonna di cotone a quadrettini o a motivi floreali, arricciata in vita e abbottonata sul davanti;
Sutanë –a: Gonna di cotone rosso. Si alza sul davanti, abbottonata dietro con un gancio o spilla, arricciata in vita e sorretta da bretelle;
Llanetë – a: Gilet bianco o a righe di cotone;
Petin –i: Copripetto di cotone bianco ricamato, oppure lavorato ai ferri con filo di cotone bianco;
Xhipun – i: Corpetto simile al giacchetto del costume festivo;
Vandile –ja: Grembiule di cotone color marrone o blu con fiorellini;
Pan – i: Scialla rettangolare confezionato con sfoffa di raso, guarnito di gallone dorato con motivi floreali  in oro.

Vestito di Lutto di Santa Sofia d’Epiro

Il Vestito di Lutto di Santa Sofia d’Epiro, Veshja ndër të zeza, era il vestito portato in occasione
della perdita di una persona cara; se si trattava di un parente veniva portato per un periodo preciso, se invece si trattava del marito si portava a vita.

In occasione del lutto di un coniuge, la moglie accompagnava il defunto fino al cimitero
in abito di gala (mezza festa) con il copricapo (skamandili) ed il grembiule (vandesini) di colore nero, in segno di lutto, per poi indossare l’abito di lutto dal giorno seguente.

Elementi del Vestito di Lutto di Santa Sofia d’Epiro

Linië –a: Lunga camicia di cotone bianco, senza merletto;
Xhipun – i: Giacchetto di raso o di velluto foderato in cotone;
Llanetë – a: Gilet di cotone con piccole pieghe nella parte anteriore;
Sutanë –a: Gonna nera di cotone arricciata in vita;
Sutanin –i: Sottogonna nera di cotone, arricciata in vita e abbottonata sul davanti;
Vandile –ja: Grembiule di cotone nero;
Skamandil –i: Fazzoletto di lana nero;
Kallucietë -t: Calze di cotone nero;
Këpucë, -t: Scarpe di colore nero;
Mi çe –t: Capelli intrecciati, legati con fettucce nere e raccolti a forma di corona, oppure raccolti
dietro la nuca “tupi”.

Vestito del Mezzo Lutto di Santa Sofia d’Epiro

Il Vestito di Mezzo Lutto di Santa Sofia d’Epiro, era un particolare vestito di lutto indossato
dalle moglie degli uomini dispersi, soprattutto per i dispersi di guerra. Era il simbolo della perdita
del coniuge anche se non accertata in modo definitivo, proprio perché disperso.

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Monumento a Pasquale Baffi

Noto grecista e palorafo sofiota, è una statua a mezzo busto collocata di fianco al Palazzo municipale, di santa sofia D’epico. L’opera fu realizzata in occasione del secondo centenario della sua morte.

Il monumento agli albanesi d’Italia è un opera realizzata dallo scultore calabrese a. Aligia nel 2007. L’Opera è composta da due sfere, una estrema in pietra e una interna lucida. La sfera esterna i pietra riassume l’esperienza trascorsa nel tempo della comunità arbereshe mentre quella intera rivela la bellezza dell’interiorità culturale della comunità.

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Museo del costume

Descrizione

Presso Palazzo Bugliari che si affaccia sul Largo Trapeza è stato istituito il museo del costume e del territorio. Si possono ammirare la ricostruzione fedele e completa della vestizione delle donne albanesi. La raccolta comprende vestiti giornalieri, di festa, di mezza festa nuziale e di lutto. L’originalità dell’iniziativa risiede nel valore storico degli abiti che con testimoniano concretamente la dignità e i prestigio della famiglia da cui la donna proveniva e nello stesso tempo il decoro di quella del marito che accoglieva la nuova sposa.  Inoltre è possibile ammirare questi costumi anche passeggiando per le vie del paese, in quanto Santa Sofia d’Epiro è uno dei pochi centri dove le donne anziane usano ancora vestire con gli abiti tradizionali. Altre occasioni per ammirare questi vestiti sono le numerose manifestazioni folkloristiche, tra le quali la più famosa e partecipata è quella della Primavera Italo-Albanese che si svolge ogni anno la seconda domenica di maggio.

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Palazzi e centro storico

Centro Storico:

Presenta la caratteristica disposizione urbanistica a rioni organizzati attorno ad uno spiazzo centrale, chiamata tradizionalmente “gjitonia”. Alcune abitazioni conservano ancora decorazioni pregevoli e portali in pietra con stemmi gentilizi, forse riconducibili ad antiche famiglie albanesi.

-Palazzo dei Vescovi:

 È la costruzione civile più imponente di Santa Sofia, antica sede del vescovo barone di Bisignano, che un tempo era il feudatario del paese.

-Palazzo Bugliari:

 Elegante palazzotto neoclassico, sede del Museo del Costume Albanese, che raccoglie una vasta gamma di vestiti giornalieri, di festa, mezza festa, di gala delle donne albanesi.

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Personaggi illustri

Pasquale Baffi

Nacque l’11 luglio 1749 a S. Sofia d’Epiro. L’origine albanese del suo casato sembra testimoniata anche dalla forma originale del suo cognome che in albanese significa “fava” ( bathë). Nello stemma di famiglia campeggiava infatti un baccello.
Baffi fece i suoi primi studi nel collegio italo-greco di S. Benedetto Ullano, tuttavia sembra che abbandonasse la scuola prima di aver compiuto il suo curriculum, essendosi ribellato al sopruso di uno dei suoi insegnanti. Dopo l’espulsione dei Gesuiti dal Regno di Napoli nel 1767 e la conseguente laicizzazione delle loro scuole, nel 1769 conseguì la cattedra di lingua greca e latina nell’Università di Salerno, quando aveva appena compiuto vent’anni; nel 1773 fu nominato maestro di lingua latina e greca nel collegio militare della Nunziatella a Napoli. Fu lì che l’anno successivo Baffi, assieme all’abate  Antonio Jerocades da Parghelia, si affiliò alla loggia massonica che aveva sede in Portici. Per questa sua affiliazione, nel 1776 fu arrestato ma venne poi prosciolto dall’accusa. Questo episodio costituisce il primo intervento nella vita pubblica dello studioso, da cui tuttavia non subì  alcuna conseguenza negativa nella sua attività di docente, anche se nell’anno stesso in cui uscì di prigione ( 1777),  il collegio della Nunziatella venne soppresso. Nel frattempo, sebbene non avesse pubblicato ancora nulla, la fama della sua cultura nel campo della filologia e della paleografia si era talmente diffusa che nel 1779 fu eletto socio residente dell’Accademia di scienze  e belle lettere di Napoli. Contemporaneamente aveva intrapreso, per ragioni economiche, l’attività di avvocato. L’esperienza giuridica unita alla grande conoscenza della filologia, fecero sì che il governo si servisse dell’opera di Baffi nelle sue rivendicazioni contro le usurpazioni avvenute nel tempo da parte del potere ecclesiastico e feudale. Nel 1787 fu inviato a Catanzaro per interpretare e riassumere la documentazione dei luoghi sacri, al fine di formare la statistica patrimoniale della Cassa sacra di cui redasse il registro e l’inventario. Per questi meriti fu nominato primo bibliotecario dell’Accademia di scienze e di belle lettere e quindi Bibliotecario della   Reale Biblioteca di Napoli. Nel 1786 aveva sposato Teresa Caldora, proveniente da una nobile famiglia napoletana. In questi anni continuò la sua attività di affiliato alla loggia massonica e nel periodo compreso fra il 1785 e il 1787 ebbe numerosi contatti con il teologo danese luterano Friederich Münter, che si era recato a Napoli per ricostruire la rete delle logge massoniche, il cui fine rea quello di promuovere il sorgere di regimi democratici e repubblicani. Nel gennaio 1799 Baffi aderì al moto rivoluzionario ed al governo provvisorio in cui ebbe la carica di Presidente del comitato ai amministrazione interna. Avvenuta la restaurazione borbonica, fu arrestato e condannato a morte il 7 novembre 1799. Morì per impiccagione l’11 novembre dello stesso anno.

L’attività di studioso
Pasquale Baffi si dedicò intensamente allo studio della lingua e della letteratura greca e  trovò il suo habitat naturale a Napoli che  a quel tempo era un’importante centro culturale famoso in tutta Europa. Si dedicò inoltre anche alla poesia, componendo un’ode pindarica in greco dedicata a Caterina II imperatrice di Russia. Ispirato dall’insegnamento e dallo studio dei grammatici ellenisti, Baffi compose una nuova grammatica della lingua greca che però non venne mai pubblicata. Il suo merito intellettuale più grande fu però il rinvenimento nel 1779 del testo allora inedito del Commento di Ermia al Fedro di Platone. Baffi ne preparò l’edizione critica e la traduzione in latino ma anche quest’opera non vide la luce. Nel 1781 rinvenne nel monastero della Santissima Trinità di Cava numerose pergamene in greco che trascrisse e tradusse in latino. Sfortunatamente anche queste ricerche rimasero inedite e furono pubblicate postume soltanto nel 1865. Pasquale Baffi collaborò anche alla trascrizione ed edizione del primo volume dei papiri ercolanensi ( 1793) e da bibliotecario redasse nel 1796 l’elenco dei manoscritti greci della Biblioteca Reale. Nel 1800, uscì postumo il catalogo dei volumi posseduti dalla Biblioteca del Museo Borbonico.

Angelo Masci

Nacque a Santa Sofia d’Epiro il 7 dicembre 1758 da Noè e Vittoria Bugliari. Il primo istitutore di Angelo Masci fu P. Stefano Pasquale Baffa, esperto di letteratura e poesia. All’età di 12 anni si trasferì a Napoli, chiamato da suo zio Giuseppe Bugliari, cappellano del reggimento Reale Macedone, che si prese l’incarico di farlo studiare. Masci conseguì a Napoli la laurea in giurisprudenza ed acquistò ben presto la fama di abile avvocato. Nel 1792 pubblicò l’Esame politico legale dei diritti e delle prerogative dei baroni del Regno di Napoli. In seguito si dedicò anche alla storia degli Albanesi d’Italia, pubblicando nel 1807 il Discorso sull’origine, costumi e stato attuale della Nazione Albanese. Nello stesso anno fu nominato consigliere dell’Intendenza di Napoli e nel 1809, Procuratore Generale della Corte di Appello di Catanzaro. Nel 1810 ebbe la nomina di Commissario reale per le divisioni dei demani, per le province della Calabria Ulteriore e della Basilicata. Grazie al suo impegno fu nominato Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Napoli. Si ritirò dalla sua professione di avvocato nel 1817 e nel 1820 ascese alla carica di Consigliere di Stato. Morì a Napoli il 10 luglio del 1821, colpito da apoplessia fulminante, all’età di sessantatre anni.

Mons. Francesco Bugliari

Nacque a Santa Sofia d’Epiro il 14 ottobre 1742 da Giovanni e Maria Baffa, compì i suoi studi nel Collegio italo-greco di S. Benedetto Ullano. Fu ordinato sacerdote di rito greco il 2 novembre del 1766. Insegnò per qualche tempo nel Seminario di Bisignano facendosi notare per la sua abilità di predicatore. In seguito divenne arciprete di Santa Sofia. Nel 1792 si laureò in Teologia all’Università di Napoli e, vinto il concorso per la Presidenza del Collegio italo-greco di San Benedetto Ullano, fu nominato vescovo di Tagaste e prescelto come Vescovo degli Albanesi di rito greco. Cominciò allora il periodo di più intensa attività per il vescovo sofiota, il quale nell’intento di risvegliare una più autentica coscienza religiosa nei suoi fedeli, si preoccupò innanzitutto di migliorare la preparazione del clero e dedicò quindi le massime cure al Collegio, chiamandovi ad insegnarvi ottimi maestri, tra cui Domenico Bellusci e dotandolo di una ricca biblioteca. Avendo poi constatato che la salute dei collegiali risentiva del clima malsano di S. Benedetto, si adoperò al fine di ottenere il trasferimento presso il ricco convento basiliano di S. Adriano in S. Demetrio. Con l’appoggio del suo compaesano P. Giovanni Miracco, monaco di quel convento, e soprattutto grazie all’intervento dell’amico Angelo Masci, il Vescovo Bugliari vide soddisfatte le sue richieste con un Decreto regio del 1 febbraio 1794. Dopo il suo trasferimento nell’antica abbazia niliana, il Collegio rifiorì e divenne un centro di grande importanza per gli studi umanistici e per la diffusione di nuove idee progressiste. Tuttavia  l’accorta amministrazione economica del Collegio era invisa all’Arcivescovo di Rossano Andrea Cardamone, alla cui diocesi San Demetrio apparteneva. Questi infatti non poteva vedere di buon occhio la soppressione del ricco monastero di S. Adriano. Nel novembre dello stesso 1794 venne pubblicato un opuscolo con cui si attaccava il rito greco e il suo clero. A tale opuscolo, su ispirazione del Vescovo Bugliari, rispose Domenico Bellusci, confutandone le accuse. Nel 1799 il moto rivoluzionario si propagò anche a San Demetrio ed ebbe tra i suoi simpatizzanti anche il Vescovo e il suo collaboratore Bellusci, così quando nel marzo dello stesso anno si diffuse nel paese la reazione sanfedista, il Collegio fu devastato dagli abitanti di S. Demetrio. Negli anni successivi Mons. Bugliari si adoperò a ripristinare il Collegio, che però dovette temporaneamente sciogliersi. Allora il Vescovo, oramai anziano e malato, si ritirò a Santa Sofia. Ma anche qui la situazione era tutt’altra che tranquilla: nell’agosto del 1806 venne catturato dai sofioti uno dei capi banda che infestavano la zona: Antonio Santoro da Longobucco, detto Re Coremme. Questi, riuscito ad evadere, radunati i suoi uomini ad Acri, mosse per vendicarsi contro Santa Sofia. Il saccheggio del paese cominciò il 17 agosto. Mons. Bugliari che aveva rifiutato di unirsi ai suoi compaesani in fuga, trovò all’ultimo momento rifugio in granaio, ma qui venne sorpreso il 19 agosto 1806 dai saccheggiatori, tra i quali figuravano anche alcuni sofioti, e venne trafitto da ventidue pugnalate mentre pregava dio di perdonare i suoi uccisori. Due giorni dopo il suo assassinio, l’arciprete Lopez raccolse il corpo del Vescovo e gli diede cristiana sepoltura nella Chiesa Madre di S. Atanasio.

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