BENI CULTURALI SAN DEMETRIO CORONE

BENI CULTURALI SAN DEMETRIO CORONE

I Diavoli di San Demetrio Corone

I Diavoli di San Demetrio Corone erano delle maschere carnevalesche nate da tradizioni molto antiche. Nei giorni di carnevale, i giovani del luogo erano soliti tingersi il volto di nero, indossare un paio di corna taurine sulla testa e vestirsi con pelli di capre. Una volta mascherati, giravano le strade facendo gran fracasso con i campanacci. Bussavano alle porte ed entravano all’improvviso facendo razzie di salumi e vino, questo soprattutto nella serata del martedì grasso. I diavoli “sparivano” con l’arrivo del mercoledì delle ceneri. Dove si celebrava il funerale di Zu Nicola, che portava via tutti i mali.

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Abbazia S. Adriano

Descrizione

La chiesa di Sant’Adriano fu fondata da San Nilo di Rossano nel 955. È considerato uno degli edifici cristiani più rilevanti della Calabria. Il santo rossanese costruì una chiesetta dedicata ai due martiri Adriano e Nata lia, e diede vita ad un cenobio, ospitando chi chiedeva asilo e accoglienza spirituale. In breve tempo il cenobio divenne centro di attrazione. Nel 976, però, i Saraceni distrussero la chiesetta e l’annesso convento e i monaci furono costretti ad abbandonarlo. Nel 1088 il duca Normanno Ruggero B orsa donò il monastero di Sant’Adriano all’abbazia benedettina della Santissima Trinità di Cava dei Tirreni, sottoponendola all’esclusiva giurisdizione di questa. Questa iniziativa consentì il passaggio dal rito greco- bizantino al rito latino seguendo una strategia che i normanni usarono un po’ ovunque. Nei diciotto anni di dipendenza dal cenobio campano (1088-1106), la chiesa d i San t’Adriano assunse, infatti, caratteristiche romanico-normanne ancora visibili nei mascheroni del portale di ponente e in alcuni capitelli, oltre al fonte battesimale di altissima qualità. Nel 1 106, mutati gli interessi dei Normanni, e per soddisfare le esigenze dei basiliani rimasti fedeli alla liturgia e al rito bizantino, il monastero venne restituito agli stessi monaci basiliani e dotato di cospicui beni. Riacquisita così l’autonomia e ormai sotto la protezione Normanna, iniziò un periodo di floridezza economica per il monastero di Sant’Adriano, tanto che venne ricostruito ex-novo tra la metà del XII e la prima metà del XIII secolo. Oggi la chiesa si presenta a tre navate divise da due colonne e da sei pilastri reggenti archi ogivali nei cui intradossi e su parte delle pareti sono affrescate raffigurazioni di Santi databili tra il XII e il XIII secolo. Il ciclo iconografico è stato oggetto di studi che ne hanno evidenziato la connessione coi mosaici siciliani di Monreale e della Cappella Palatina; La decorazione è invece assente, forse per le manomissioni subite, nell’abside e sui muri perimetrali dove rimane, unica scena di un più ampio ciclo, la Presentazione di Maria al Tempio. In fondo alla navata centrale è la cupola barocca. L’edificio venne prolungato nel Settecento e vennero aggiunti due altari laterali. Nella cupola è raffigurato il Creatore attorniato da santi Monaci e Suore; tra essi si riconosce San Nilo, raffigurato in preghiera davanti al Cristo in Croce e la mano destra protesa nell’atto di benedirlo.L’interessante iconografia si ispira alla rappresentazione proposta dal Domenichino di un episodio della vita del Santo, quale viene descritto né l Bios da San Bartolomeo. L’altare maggiore in scagliola è stato realizzato da Domenico Costa nel 1731; sopra di esso campeggia la tela del Martirio d i Sant ‘Adriano nella quale risultano leggibili alcune iscrizioni tra cui la data M DCCVIII e un nome RICCIUS; ciò ha lasciato supporre che l’opera appartenga al pittore terranovese Francesco Saverio Ricci, attivo proprio nella prima m età del XVIII secolo. Al fianco della tela, in due nicchie, sono due piccoli busti lignei del Seicento raffiguranti Sant’Adriano e Santa Natalia. Negli altri due altari troviamo a sinistra una raffigurazione della Madonna con San Nilo e San Vito, mentre nell’altare di destra è raffigurato San Basilio. Il pavimento, coevo della costruzione normanna, è parte in opus sectile, e parte in mosaico e costituisce la parte più interessante dell’intera struttura; fu definito “una autentica tavolozza da pittore” dall’archeologo Paolo Orsi. Il materiale fu, probabilmente, ricavato da qualche reperto rinvenuto nella vicina area di Copia-Thurii. La sua datazione risulta essere tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo. I quattro mosaici rappresentano: un leone e un serpente che si contendono la preda; un serpente che si avvolge su se stesso verso il centro; un altro serpente che disegna un otto con le sue spire; un felino.

Nel 1856 i l portale principale della chiesa fu murato a causa dell’addossamento del ‘avancorpo dell’attiguo Collegio italo-albanese, in seguito abbattuto. Oggi, dunque, si accede alla chiesa da due ingressi laterali; quello principale posto a sud, sotto il campanile, e un secondo, esposto a nord e denominato “porta dei monaci”, poiché veniva anticamente utilizzato dai farti, e poi dai convittori del collegio, per accedere alla chiesa. Questa seconda porta presenta gli stipiti in marmo con due decorazioni, tra cui è degna di particolare interesse quella posta a destra con i due sopramenzionati mascheroni in pietra, che rievocano un gusto tra il mostruoso, il misterioso e il fantastico. In fondo alle navate si trovano due rare colonne lignee del XIII sec. Di particolare interesse sono anche due paliotti, uno di Domenico Costa del 1731 e l’altro di Maurizio Ofrias del 1750. Nella sacrestia è custodito un reliquiario in argento di Sant’Adriano del XVI sec.

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Il cenobio di San Nilo di Rossano

La Chiesa di Sant’Adriano di San Demetrio Corone fu fondata da San Nilo di Rossano (monaco basiliano, eremita e abate, forse il maggior personaggio del monachesimo calabro-greco) che, nel 955, edificò in questo luogo una Chiesetta dedicata ai Mariti Adriano e Natalia per istituire un cenobio non troppo distante dal villaggio.

Parrebbe che in poco più di un decennio questo cenobio divenne un notevole centro di attrazione per chi fosse alla ricerca di accoglienza spirituale.

San Nilo di Rossano

Per creare un’immagine e vedere, grossomodo, come si svolgesse la vita monastica all’interno del cenobio di San Demetrio Corone è necessario ricordare velocemente la Regola Basiliana.

La regola basiliana fu dettata da San Basilio (329-379) con la Regulae fusius tractatae e la Regulae brevius tractatae. Con esse San Basilio invitava tutti (monaci e laici) a seguire uno specifico stile di vita per raggiungere la perfezione. I fondamenti erano il lavoro manuale (il corpo), la preghiera (lo spirito) e lo studio delle Sacre Scrittura (la mente).

Inoltre San Basilio preferiva il cenobio all’eremo, questo perché riteneva che i luoghi di preghiera e di lavoro in comune favorissero le relazioni e quindi l’aiuto reciproco tra i monaci. La ricompensa era il raggiungimento della perfezione.

Con l’istituzione di cenobi San Basilio volle quindi conferire una dimensione quasi familiare alle comunità di monaci che dovevano necessariamente coinvolgere la comunità civile nella vita della Chiesa. Da qui la sua scelta di fondare cenobi nelle vicinanze dei villaggi e delle città (o nelle loro vicinanze), e non in luoghi impervi, con la fondazione di città dette basiliane.

In questi luoghi la regola del silenzio e del raccoglimento era virtuosamente connessa alla dimensione caritativa funzionale, forse, anche all’esercizio pastorale.

Ma ritorniamo al 955 circa, a San Nilo di Rossano e al cenobio di San Demetrio Corone. Nella prima metà del 700 inizia la lotta detta iconoclasta per opera dell’imperatore Bizantino Leone III Isaurico che emanò l’editto che ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone in tutte le province dell’Impero.

L’iconoclasta, assieme all’avanzata Mussulmana, causò la fuga dall’Oriente di monaci basiliani che, per sfuggire alla persecuzione, si rifugiarono nelle regioni dell’Italia meridionale e in Calabria, terra favorevole anche perché offriva luoghi solitari come grotte e foreste, in particolare in Sila e sull’Aspromonte.

In ogni modo il cenobio di San Nilo fu definitivamente abbandonato dai monaci basiliani a seguito della distruzione e del probabile saccheggio da parte dei Saraceni, per essere poi edificata la Chiesa di Sant’Adriano per opera dei Normanni nell’XI secolo.

Un atto di donazione del 1088 del duca Normanno Ruggero Borsa attesta la cessione della Chiesa Sant’Adriano ai monaci benedettini di Cava dei Tirreni con il conseguente passaggio dal rito Greco-Bizantino al rito latino.

E’ questo il periodo in cui i Normanni riorganizzarono i monasteri Greci in Calabria con la loro progressiva latinizzazione e romanizzazione, processo che però trovò una forte resistenza dalle popolazioni locali (profondamente greche) e forse anche dagli stessi monaci.

Durante il periodo Normanno la Chiesa di Sant’Adriano di San Demetrio Corone assunse evidenti caratteristiche romanico-normanne e durante i primi anni del XII secolo il monastero fu restituito ai monaci Basiliani rimasti fedeli al rito Bizantino per essere ricostruito ex-novo tra la metà del XII e la prima metà del XIII secolo.

Per completare il processo, e per la precisione, nel 1187 la Chiesa di Sant’Adriano di San Demetrio Corone compare nella lista dei monasteri che pagano il censo direttamente alla Sede Apostolica.

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La Chiesa di Sant’Adriano di San Demetrio Corone

La Chiesa di Sant’Adriano di San Demetrio Corone ha di certo perso nei secoli l’originaria unità strutturale e architettonica, mantiene e mostra però sovrapposizioni di linguaggi e messaggi stilistici differenti che esibiscono una raffinata eleganza definita dagli specialisti tra il mostruoso, il misterioso e il fantastico. Per via della chiusura del portale principale nel 1856 l’accesso alla Chiesa è dato da due ingressi laterali, quello principale è sotto il grosso campanile in pietre e mattoni, l’altro è denominato Porta dei Monaci perché consentiva l’accesso alla Chiesa dei monaci dall’attiguo Collegio italo-albanese con stipiti in marmo e due mascheroni in pietra. All’interno le 3 navate sono a copertura lignea e 4 arcate fiancheggiano la navata centrale sorrette da colonne antiche e da pilastri di fabbrica. Le pareti sono affrescate con raffigurazioni di Santi databili tra il XII e il XIII secolo. Nell’abside è visibile una scena di un più ampio ciclo, la Presentazione di Maria al Tempio mentre in fondo alla navata centrale è collocata una cupola barocca dove è raffigurato il Creatore con Santi monaci, Suore e San Nilo in preghiera davanti al Cristo in Croce e la mano destra protesa nell’atto di benedirlo. L’altare maggiore è datato 1731, attribuito a Domenico Costa, sopra campeggia una tela del Martirio di Sant’Adriano probabilmente del pittore Francesco Saverio Ricci. Nelle due nicchie ai fianchi della tela, sono collocati due busti lignei del 1600 raffiguranti Sant’Adriano e Santa Natalia. Nell’altare a sinistra è raffigurata la Madonna con San Nilo e San Vito, mentre in quello di destra è raffigurato San Basilio.L’autentico capolavoro della Chiesa di Sant’Adriano di San Demetrio Corone è il pavimento (realizzato tra il XII e il XII sec.) parte in opus sectilee parte in mosaico.

Qui i quattro mosaici presentano altrettante scene.

Un Leone e un Serpente che si contendono una preda

Un Serpente che si avvolge su se stesso

Un Serpente che disegna un otto

Un Felino

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Gli Arbëreshë di San Demetrio Corone

Parrebbe che le prime massicce migrazioni di colonie Albanesi in Calabria risalgono al 1461-1470 quando gruppi di Albanesi, al seguito di Giovanni Castriota Scanderbeg, giunsero nelle zone del Regno di Napoli. In questi anni Giorgio Castriota Skanderbeg arrivò in Italia con un corpo di spedizione in aiuto a Ferdinando I d’Aragona nella lotta contro Giovanni II d’Angiò così, per i servizi resi, fu concesso ai soldati Albanesi e alle loro famiglie di stanziarsi prima in Puglia e di seguito in Calabria. Negli anni 1470-1478 s’intensificarono i rapporti tra il regno di Napoli e i nobili Albanesi in seguito al matrimonio tra Irene Castriota (nipote di Skanderbeg) e il principe Pietro Antonio Sanseverino di Bisignano in Calabria. Fu questo il periodo in cui gruppi di Albanesi d’insediarono in Calabria e nell’attuale San Demetrio Corone (nelle terre dell’antico monastero italo-greco di Sant’Adriano) magari attirati dall’elemento greco che qui era ancora vivo. Bisogna precisare che in questi tempi quello di Sant’Adriano era ancora tra i più famosi monasteri calabro-greco della Calabria e veniva officiato il rito greco-ortodosso, di certo familiare agli Albanesi. Inoltre, probabilmente la Chiesa di Sant’Adriano di San Demetrio Corone ricordava anche da un punto di vista architettonico e stilistico motivi assai familiari agli esuli Albanesi.

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Chiesa di San Demetrio Megalomartire

Descrizione

La Chiesa di San Demetrio Megalomartire è la parrocchiale di San Demetrio Corone. La struttura originaria è in stile barocco, successivamente adattata allo stile greco-bizantino.

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ANTICHE CREDENZE

In passato a san Demetrio Corone c’era la consuetudine di usare una spoglia della serpe come amuleto portafortuna contro il malocchio, oltre a farne uso per guarire un ammalato; inoltre era usanza riporre sotto il cuscino il bastone che avesse toccato e/o ucciso due serpenti attorcigliati.

Come da tradizione, nella notte tra il sabato santo e la domenica di Pasqua ci si reca alla fontana dei monaci presso il collegio di Sant’Adrian, per perpetuare il rito del rubare l’acqua. Di solito ci si reca a gruppi in tutto silenzio, secondo una regola a cui non si deve trasgredire, anche se le tentazioni non mancano. E proprio in difesa di questa regola che ci si dota di “dokaniqie”, lungo bastone con estremità biforcuta. Qui si procede all’accensione di un grande falò, Qeradonulla, davanti al sagrato della chiesa. Al momento dell’accensione si inneggia il canto greco “kristos Anesti”.

Come avviene anche in altri paesi arbereshe, il giorno dei morti, ci si reca in cimitero con vettovaglie di ogni genere e si banchetta sulle tombe dei propri cari con allegria, perché i defunti non desiderano che si sia tristi per colpa loro.

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