EVENTI CASTROREGIO

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Può il turismo salvare l’Alto Jonio?

Due bandiere blu, due vessilli de “I Borghi più belli d’Italia”: bastano a fare dell’Alto Jonio una meta turistica? No. Ma questi riconoscimenti sono un segnale di una comunità che, seppur ancora in maniera poco strutturata, punta ad uno sviluppo concreto. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una corsa affannata verso la ricerca di un’identità: il più delle volte senza una precisa programmazione ma ingolositi dalle diverse opportunità che qualcuno – lontano dal territorio dell’Alto Jonio sia geograficamente che culturalmente – offriva più per un tornaconto personale che per una ricerca sincera di sviluppo. L’Alto Jonio deve puntare sue due veri macro attrattori come natura e cultura. Per far ciò deve partire necessariamente da chi vive quotidianamente questo territorio, da chi lo ha vissuto e può ancora raccontarlo e da chi ne è innamorato in maniera sincera. Piccoli passi per volta, per uno sviluppo concreto. Il tempo perduto non si recupera con la fretta di rincorrere chi è già lanciato, ma guardando avanti e mai indietro. L’antica Area Lausberg – oggi compresa tra Calabria Settentrionale e Basilicata Meridionale e quindi tra Alto Jonio, Metapontino e Pollino – conserva due fattori che possono diventare propulsori della tanto agognata crescita. E cioè la posizione geografica, in parte isolata, ma allo stesso tempo ad un tiro di schioppo dall’autostrada Salerno-Reggio Calabria, da due aereoporti (Bari e Lamezia Terme), da un porto (Corigliano-Rossano). Con la possibilità di avere un microclima ideale da destagionalizzare il turismo per buona parte dell’anno.

E’ inevitabile, però, che per crescere dal punto di vista turistico e quindi anche sociale, un territorio ha la necessità di attrarre flussi di persone. Ed ecco che in un contesto mondiale in cui si cerca sempre con più frequenza la sostenibilità ambientale, la vacanza green, l’Alto Jonio può e deve inserirsi nei circuiti giusti e trasformare quelle che per anni sono state delle criticità ingombranti in punti di forza inaspettati. Un turismo di qualità, lontano dalle masse indistinte, ma capace di attrarre segmenti nazionali ed internazionali disposti a vivere un’esperienza consapevole. Innanzitutto bisogna ragionare attorno ad una parolina magica: programmazione. Attorno alla quale ruota una raggiera di competenze che sono presenti sul territorio ma devono essere al più presto intercettate per impedirne la fuga. La lotta allo spopolamento va intesa come una sorta di “resilienza” da alimentare con la cultura e la bellezza: percorsi tortuosi, con risultati a medio-lungo termine, ma le uniche àncore di salvezza. L’Alto Jonio, oggi, quali target di persone può attirare? L’Alto Jonio, oggi, cosa può offrire ad un potenziale turista? Questi fazzoletti di terra che permettono in pochi minuti di traslocare dal mare alla campagna, finanche in montagna sono molto appetibili. Ma è pur vero che trovandosi in comprensori rural, i visitatori hanno bisogno di assistenza e accoglienza. Dopo una mattinata sulle spiagge di Roseto Capo Spulico, all’ombra del Castello di Federico II di Svevia; nel pomeriggio visita agli altri due manieri federiciani di Oriolo e Rocca Imperiale, per ritrovarsi in serata tra i profumi della sagra del pesce sul nuovo lungomare di Trebisacce. E il giorno dopo, nuovi itinerari: escursione in barca alla Secca di Amendolara e poi in montagna a Cerchiara di Calabria per una visita al Santuario della Madonna delle Armi incastonato tra le rocce. Con tappa obbligata in uno dei panifici del paese (più di dieci attività gestite tutte da donne) per una scorta di pane, taralli e frese. Sono soltanto alcuni esempi di condivisione territoriale sotto il segno dei macro attrattori intrinseci come natura e cultura. Ma per fare ciò serve da subito una sincera presa di coscienza da parte delle amministrazioni comunali ad adoperarsi per mettere in condizione il privato di investire. Ecco il “matrimonio” pubblico-privato tanto sbandierato.

E quindi, se l’Alto Jonio vuole puntare sul mare non si possono più rimandare gli ammodernamenti di tutti i lungomari, più servizi sulle spiagge, l’arredo urbano dei centri abitati. Se l’Alto Jonio vuole puntare sulla cultura, non è più rimandabile la pulizia dei siti archeologici (di concerto con gli enti sovra comunali competenti), la bonifica e quindi il recupero dei centri storici. La riscoperta di antichi sentieri, la valorizzazione dei Beni Culturali come nel caso del borgo di Oriolo, dove sono stati, negli ultimi anni, riconsegnati alla fruizione antichi palazzi gentilizi, restaurati assieme al castello e alla chiesa madre. Così facendo, il privato, debitamente formato e informato e magari con il sostegno in fase di start up dei tanti bandi europei che elargiscono finanziamenti, può realizzare la sua attività turistica. In questo sistema di condivisione gioca un ruolo fondamentale l’associazionismo e dunque il terzo settore, e cioè un impegno sociale che parte dal basso con il compito di stimolare le istituzioni. L’Alto Jonio non è abituato ad un simile fermento culturale ma è pur vero che alcune realtà si stanno ritagliando un ruolo importante, connotandosi come graditi interlocutori dei Palazzi di Città. Ma un maggior impegno del settore pubblico è doveroso e necessario per garantire una sanità adeguata, con l’immediata riapertura dell’ospedale di Trebisacce. Una politica seria dell’acqua con maggiori risorse idriche per gli agricoltori che possono così investire nelle eccellenze storiche del territorio come il Biondo di Trebisacce (arancia tardiva), la mandorla e i piselli di Amendolara, il limone di Rocca Imperiale. Tutti esempi di come l’agricoltura potrebbe trasformarsi da pratica di sussistenza a business vero e proprio, soprattutto nel settore della trasformazione dei prodotti. Dall’agricoltura alla pastorizia, con la riscoperta delle antiche vie della transumanza che dalle “montagne” di San Severino Lucano (Pz) conducevano al mare le greggi e gli armenti dei pastori che venivano a svernare sullo Jonio, maggiormente ad Amendolara, passando per i sentieri di Alessandria del Carretto e Albidona, oppure da Castroregio. Ci sono ancora famiglie che in questi paesini interni si dedicano alla pastorizia. Come a San Lorenzo Bellizzi, dove si possono raggiungere gli stazzi (luoghi di ricovero per pecore e capre) e osservare con discrezione e rispetto i pastori mungere gli animali al tramonto. (Foto di Pasquale Lamitella. Nell’ordine: San Lorenzo Bellizzi, Oriolo, Castroregio)

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