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La Festa della Pita ad Alessandria del Carretto

Ogni anno il 3 maggio Alessandria del Carretto, ai piedi del Parco nazionale del Pollino, rende omaggio al suo santo patrono con una cerimonia molto suggestiva, uno tra i più particolari  eventi della Calabria . È la festa della Pita che attrae sempre più curiosi e visitatori e che prevede il rito della “pitë” con il taglio e trasporto in paese di un grosso abete già dalla domenica precedente  il 3 maggio. La pianta scelta in onore del Santo Patrono di Alessandria del Carretto, Sant’Alessandro Papa e Martire, è un abete bianco maturo. La festa dell’albero ricorre anche in altri paesi ma a rendere unica la festa della Pita di Alessandria del Carretto è proprio la cerimonia del trasporto dell’albero che viene ritualmente scisso in due parti – separando tronco e cima –, ricomposto e innalzato in centro paese e poi scalato e riabbattuto. All’inizio il trasporto dell’abete coinvolgeva solo gli uomini ma oggi vede l’apporto anche delle donne che aiutano i propri compagni lungo un sentiero tortuoso e a tratti scivoloso. La pianta viene preparata con cura già dalla   domenica che precede il 3 maggio  e la lunghezza media dell’abete è di circa 18 metri. Durante il trasporto allegri suonatori di zampogna, organetto e tamburello accompagnano i protagonisti delle “tire”, le pertiche usate per il trasporto della pianta. L’abete viene portato fin nella piazza del paese dove si riposa fino al 3 maggio, giorno della festa di Sant’Alessandro. La festa della Pita vede la sua origine nel Seicento quando un boscaiolo trovò all’interno del tronco di un abete bianco l’immagine di Sant’Alessandro Papa Martire morto decapitato. Oggi è possibile suddividere la manifestazione in alcuni momenti fondamentali: la marchiatura dell’albero da parte delle istituzioni, la preparazione dell’abete, il trasporto e ricongiungimento delle parti e la scalata della pita. Infatti una volta ricomposto l’abete, la cima viene adornata con molti prodotti locali per dar vita a un vero e proprio albero della cuccagna!

Fonte: https://www.ilturista.info/blog/12693-La_Festa_della_Pita_ad_Alessandria_del_Carretto/

 

 

Albidona festeggia San Michele. In serata il rito della “pioca”

Ad Albidona è tutto pronto per festeggiare il Santo Patrono: San Michele Arcangelo. Questa tradizione, che trova fondamento nel suo aspetto religioso, ha inizio il 29 aprile con la novena per poi culminare con la grande festa dell’otto maggio. L’evento, di origini antichissime, è molto sentito dagli albidonesi e ogni anno richiama tantissimi emigrati per rivivere questi giorni di festa. Nella mattinata si svolge la celebrazione eucaristica e la prima parte della processione accompagnata dalla banda musicale, dai suonatori locali di zampogna e da donne in costume tradizionale che trasportano i cinti (contenitori per misure di grano decorati con omaggi floreali o candele). Durante il corteo viene trasportata l’imponente statua lignea di San Michele. Considerata una delle più belle statue della zona, è realizzata in legno d’ulivo, alta circa due metri e pesante più di tre quintali. Nel pomeriggio segue la seconda parte della processione, per poi rientrare nella chiesa Madre nel tardo pomeriggio. Da questo momento ha inizio il tradizionale incanto, i fuochi pirotecnici e il suggestivo rito della “pioca”. La tradizione vuole che maestosi alberi di pino d’aleppo vengano bruciati e questo momento è accompagnato da musica popolare, prodotti tipici e del buon vino locale.

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AMENDOLARA LA DEVOZIONE CHE MANTIENE IN VITA LE TRADIZIONI

Anche quest’anno le notti amendolaresi si sono accese nelle luci di festa in onore del Santo Patrono San Vincenzo Ferrer. Il culto del monaco domenicano risale al secolo scorso, quando Amendolara ospita nel convento, oggi Palazzo Grisolia, i confratelli Padri domenicani dalla metà del XV sec fino agli anni 30 dell’800.  La tradizione orale di quel tempo, vuole attribuire invece i primi festeggiamenti in onore del santo, a due episodi di siccità che colpì nell’arco di mezzo secolo l’uno dall’altro il territorio di Amendolara.  Uno dei miracoli per il quale il monaco fu fatto Santo a pochi anni dalla sua morte fu proprio di aver portato la pioggia nei campi colpiti da siccità. In tale situazione allora, i cittadini si affidarono alla fede facendo ricorso al Santo. Sul pianoro di San Marco legarono alla bocca della statua una salatissima alosa (saraca), affinchè avvertisse la necessità di acqua per i campi dei contadini. Si racconta che piovve per tre giorni, tanto che la processione fu interrotta. È cosi, da allora, i cittadini decisero di omaggiare San Vincenzo con l’accensione di enormi falò i cosiddetti “i fucarazzi” tronchi di alberi secchi ricoperti con le potature degli ulivi e fascine. Probabilmente un’usanza che deriva dall’antichità, come un rito propiziatorio per trarre auspici in occasione dell’arrivo della nuova stagione, la primavera. Uno dei momenti più sentiti della festa, è stato anche quest’anno l’allestimento dei falò da parte dei giovani amendolaresi appartenenti al proprio rione insieme a tanti emigranti venuti per l’occasione che li lega alle loro tradizioni e ricordi d’infanzia. In vista delle feste infatti è scesa anche una delegazione municipale oltre ai molti emigranti ormai residenti da anni nel nord ovest ticino precisamente nelle cittadine di Cerano e Trecate paesi gemellati con Amendolara.  Un tempo i falò si allestivano per le vie del centro storico nelle due sere che precedono la domenica. Da qualche anno a questa parte la tradizione abbraccia l’intero paese coinvolgendo anche la Marina di Amendolara. Quest’ anno nei giorni 25 e 26 aprile infatti in c.da Colfari prima e nei pressi della fontana comunale poi, ha inizio la festa con l’accensione dei primi fucarazzi in onore del santo accompagnati da stand gastronomici dove si degustano prodotti tipici (crispi, salame, taralli, vino). Nelle sere successive i falò si tengono in Amendolara Centro in Paese dove si entra nel vivo della festa. Si ci sposta da un falò all’altro in numerosissimi a ritmo della musica del complesso bandistico che accompagna la festa. Intorno alle altissime lingue di fuoco balli popolari vedono partecipe anche il primo cittadino amendolarese apparso molto vicino alla festa e ai cittadini tutti insieme alle autorità locali. Si prosegue fino a notte inoltrata, quando spento il fuoco dell’ultimo falò tutti i giovani si spostano nel centro storico dove hanno luogo i tanto attesi “ppuntilli”. Usanza antica ove i giovani ostacolano il procedere delle genti a colpi di spintoni. Nella mattinata di sabato 28 si è svolta la “fiera della primavera” con la vendita di mercanzie e di animali provenienti da molti paesi vicini. La giornata di domenica è quella conclusiva. Nel pomeriggio ha luogo la cerimonia religiosa celebrata dal Parroco di Amendolara  Mons. Francesco Gimigliano, nella chiesa madre e con la processione per le vie del paese. Intorno alle venti, finita la processione si procede con “l’incanto”, un’asta di prodotti tipici ed animali offerti per devozione al Santo dai cittadini, il cui ricavato servirà a coprire le spese sostenute per la realizzazione dell’evento. Nella sera, presso l’auditorium si è inscenata la commedia dialettale della “compagnia del ciuccio” di Cerano. I festeggiamenti si sono conclusi con uno spettacolo pirotecnico mozzafiato.

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Il pane di Cerchiara e il panificio Monti: la storia di un’eccellenza calabrese

A Cerchiara di Calabria dovrebbero ricordarsi più spesso che ‘compagno’ significa colui che mangia il pane con un altro. Forse, solo rimembrando il forte senso di condivisione che permea questo alimento, potrebbero essere o tornare ad essere una vera città del pane. Infatti, in questo paese del Parco Nazionale del Pollino, non vi è alcun Consorzio, né di nome né tantomeno di fatto, tra i panifici presenti oggi. Eppure qui il pane di Cerchiara lo fanno tutti: molto bene e da sempre.

Il Pane di Cerchiara: i protagonisti di una storia antica

Lo sapeva bene Giacomo Carlomagno, un amministratore locale che aveva preso molto a cuore questo prodotto, riuscendo a ottenere sia la Denominazione Comunale di Origine (De.c.o) che un riconoscimento al Salone del Gusto di Slow Food. Eppure, una volta venuto a mancare Carlomagno, i panifici sono entrati più in competizione che in sintonia, tanto da non organizzare  nemmeno la Festa del Pane. Cerchiara, comunque, continua a essere nota per la sua produzione e ha anche un Museo che ne celebra la storia e la cultura, attraverso strumenti e macchinari antichi, silenziosi testimoni di un passato ancora molto presente. Infatti, il pane si prepara da sempre nelle case delle famiglie di Cerchiara; fino al 1985, però, non esistevano panifici veri e propri finché non ha aperto il primo: il panificio Monti.

Il primo panificio: il Panificio Monti

La famiglia Monti fa il pane da una vita: si tramandano il lievito madre da un tempo talmente lontano che nemmeno loro sanno a quando risale. Di certo, però, Domenico ricorda bene i tempi in cui ha imparato quest’arte: quando sua madre Maria non stava bene e il suo compito era proprio quello di aiutarla ad impastare il pane nella madia. Così, fin da piccolo ha preso l’abitudine di alzarsi nel cuore della notte, tanto che quei momenti gli sono rimasti impressi per sempre. Ha iniziato a lavorare nell’azienda agricola da famiglia, finché un giorno, quando aveva solo vent’anni, un amico di Taranto cambia una volta per tutte il suo percorso, e forse quello di un intero paese: “ma qui fate un pane troppo buono! Perché non apri un panificio?” Così Domenico, oggi insieme alla moglie Stefania e al  figlio venticinquenne Giuseppe, decide di dedicare tutta la sua vita al pane; da 33 anni si alza alle 17, inizia a lavorare alle 18, finisce di fare il pane alle 6 del mattino per poi partire con le consegne fino alle 13 circa, quando finalmente può riposare per qualche ora. “Non mi pesa, perché da un pugno di farina riesco ogni volta a creare delle cose che mi lasciano scioccato e sempre soddisfatto”. E alla fine è riuscito a far assaggiare il suo pane sia al Papa che a Panariello.

Anche se il pane di Cerchiara si fa da sempre nelle case, solo negli ultimi trent’anni, dopo Monti, sono nati altri otto panifici; è quindi un fenomeno recente aver intuito la portata commerciale di questo pane, oltre alla tradizione casalinga, tanto che oggi lo vendono da Castrovillari a Cosenza, fino in Germania. Ma che cosa ha di tanto speciale?

Che cosa ha di speciale il Pane di Cerchiara?

Innanzitutto il Pane di Cerchiara si riconosce perché è compatto, rotondo e con una sorta di gobba, cioè di rigonfiamento laterale, la cosiddetta “rasella”, data dalla chiusura che viene fatta ripiegando la pasta su stessa, proprio come una volta. Ciò che lo distingue dagli altri è poi la presenza di un antico lievito madre naturale, che le famiglie di Cerchiara si tramandano da tempi lontani; lo stesso che gli dà quel senso di consistenza e quella deliziosa nota di acidità. La grossa forma e il lento raffreddamento del forno conferiscono alla pasta la giusta cottura e le fanno mantenere tutto il profumo e gli aromi degli ingredienti: farina bianca dei mulini locali, come Lauropoli o Giovazzini, mista a farina integrale e di crusca, con sale, acqua di sorgente di montagna e, appunto, lievito madre.  La lunga lievitazione, di almeno sei ore, in larghi cassettoni di legno, è responsabile della sua leggerezza e digeribilità, oltre a fare sì che  questo pane duri molto di più degli altri nel tempo, anche fino a 10 – 15 giorni. La cottura avviene nel forno a legna di quercia, castagno e faggio a 300°C, per circa 2 – 4 ore , durante le quali i mattoni che prima erano stati arroventati restituiscono lentamente il calore alle forme di pane, rendendolo dorato fuori e cotto dentro.

Di solito una pagnotta va da 1 a 5 kg, ma può arrivare anche a 10 kg, come quella che Domenico Monti preparò a Panariello, oppure persino a 25 kg, come quella cotta in occasione della visita del  Papa in Calabria. L’unico parametro fisso per tutti è il prezzo: 2 euro al chilo. E almeno su questo sono tutti d’accordo.

L’Associazione Città del Pane

Cerchiara fa parte dell’Associazione Città del Pane, che comprende 44 realtà italiane che nel tempo hanno saputo conservare le proprie tradizioni di panificazione, da nord a sud. Infatti è da valorizzare chi nell’era industriale, dove tutto potrebbe venir sostituito da una macchina, continua a dedicare tempo e manualità a un’arte così preziosa; chi si alza quando gli altri vanno a dormire e inizia a lavorare con la luce del buio, sporcandosi le mani ogni giorno, ogni notte. L’Associazione lavora per il riconoscimento delle varie tipologie di pane in relazione ai territori, o forse potremmo dire ai terroir? Per questo ha creato ad Altopascio, in provincia di Lucca, un Centro di Documentazione sull’arte panificatoria, con una biblioteca e un archivio sulle origini, la storia, le ricette, le tradizioni e le tecniche di lavorazione. Ne fanno parte sia grandi città, come ad esempio Senigallia, dove ogni anno si svolge Pane nostrum; sia paesi più piccoli, come appunto Cerchiara o Savigliano, dove si tiene invece La festa internazionale del pane, con Maestri Panificatori provenienti da tutto il Mediterraneo e dell’Europa dell’Est.

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Oriolo, al via le feste patronali. Si rinnova la tradizione del “Pallone di San Giorgio”

Il 15 aprile 2012 l’Assessorato alla Cultura del Comune di Oriolo ha incontrato al Municipio i ragazzi delle scuole superiori, per un seminario sulla costruzione del “pallone di San Giorgio”, il simbolo di una tradizione quasi centenaria, che l’artista Luigi Abate prosegue ancora oggi con orgoglio e profonda dedizione. Ogni anno in occasione delle feste patronali di Oriolo Luigi Abate lancia in cielo un pallone artigianale di carta velina, costruito a mano e spinto in alto dall’aria riscaldata da un piccolo stoppino artigianale. Sia il 23 aprile in onore di San Giorgio che il 24 in onore di San Francesco il pallone (costruito e dipinto a mano, nelle foto) viene lanciato in cielo dall’artista in mezzo alla folla della processione che attraversa il paese. L’esito del volo (quasi sempre positivo) viene visto dagli oriolesi come simbolo di buon auspicio per il prosieguo delle feste e della vita. Per il 2012 il Comune ha voluto coinvolgere nella preparazione del pallone di San Giorgio anche i ragazzi delle scuole, per assistere alla lavorazione da parte di Luigi Abate e per realizzarne altri che verranno lanciati in occasione delle celebrazioni successive; un modo per insegnare ai ragazzi un arte che si tramanda da decenni e per garantire il prosieguo in futuro di una delle tradizioni più care agli abitanti di Oriolo.

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Roseto Capo Spulico: la festa medievale nel centro storico

 

Atmosfere d’altri tempi si respirano nel borgo storico di Roseto Capo Spulico, grazie alla presenza degli sbandieratori del Rione Castello di Carovigno e dei suggestivi cortei storici di dame e cavalieri. E’ un tripudio di colori e tradizioni, che si rinnova per il settimo anno, grazie alla festa medievale promossa dall’associazione “Orizzonti Rosetani”, che mira a far conoscere sia la storia di Federico II di Svevia che la tradizione enogastronomica dell’epoca. Al centro delle degustazioni c’è il cinghiale. La festa medievale è solo uno degli appuntamenti che Roseto Capo Spulico dedica a Federico II.

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Un viaggio a Rossano fra cultura storia e tradizioni

Nel comune di Rossano Calabro (Cs) è stato ideato il più grande progetto di crowdfunding civico per realizzare un documentario sul Codex Purpureus Rossanensis, inserito nella lista dei beni dell’Unesco, un manoscritto del Nuovo Testamento in pergamena colore porpora (da qui il nome “Purpureus”), di straordinario interesse dal punto di vista sia biblico e religioso, sia artistico, paleografico e storico, sia documentario. Per raccogliere i duecentocinquantamila euro necessari è intervenuta la  piattaforma di crowdfunding Ulule. Protagonista del film sarà Giancarlo Giannini, mentre Fabio Bastianello, il regista e sceneggiatore. Il Codice Purpureo è custodito nel Museo Diocesano di Arte Sacra di Rossano, ed è uno degli evangelari più antichi al mondo. Il territorio è un autentico “giacimento culturale”. Di rilievo anche il Museo della Liquirizia “Giorgio Amarelli”, che nel 2001 ha ottenuto il premio “Gugghenheim Impresa & Cultura”. Il museo è gestito da Pina Mengano Amarelli che ha  in mano le redini dell’azienda leader nella coltivazione, raccolta e lavorazione della liquirizia. Dunque un viaggio a Rossano fra cultura storia e tradizioni, che si trovano unite a Casa Solares, (www.casasolares.it) un resort che fa parte del borgo della famiglia Toscano Mandatoriccio Mascaro che per secoli è stato il centro di attività̀ agricole e si ha subito limpressione di entrare in un oasi di pace e bellezza. Lungo il viale che porta alla struttura un “mare” di piante clementine, e, nel periodo della fioritura, l’inebriante sensazione di trovarsi in un laboratorio di profumo tanto è intensa la fragranza.

 

Una storia imprenditoriale tra Nord e Sud, nata dall’intreccio di due famiglie. Alcuni decenni fa due giovani, la milanese Maria Pia Tamaro, erede di una solida famiglia imprenditoriale lombardo-veneta, e Stefano Mascaro, esponente di una delle più antiche famiglie di Calabria, la Toscano Mandatoriccio, si ritrovano compagni di studi nell’esclusivo collegio Filippin di Paderno del Grappa, in provincia di Treviso. Una scuola che ha formato generazioni di italiani provenienti da tutta la Penisola e dall’estero.

 

Maria Pia e Stefano simpatizzano, si frequentano e, qualche anno dopo, si sposano e vanno a vivere a Rossano, in Calabria, nell’ex feudo dei Toscano Mandatoriccio. Lo scrittore Franco Emilio Carlino ha scritto la storia di queste famiglie, le cui radici risalirebbero intorno al tredicesimo secolo.  “Appena arrivata -dice Maria Pia Tamaro- ho fatto la mamma e mi sono dedicata alla famiglia”. Il ruolo, evidentemente, le stava stretto, il richiamo delle esperienze imprenditoriali di famiglia era forte. Il marito Stefano, sindaco di Rossano fino al referendum popolare che ha sancito la fusione tra i comuni di Corigliano e di Rossano, è preso da molteplici interessi. Maria Pia si occupa  inizialmente  dell’agrumeto, che si estende su una superficie di circa 80 ettari. Riprende una tradizione imperniata per secoli su attività agricole. Infatti, in passato, il borgo di famiglia, ubicato in località Casello Mascaro, ha avuto anche il suo frantoio ed il  suo olio estratto dalla “dolce di Rossano”. L’impresa, orientata oggi principalmente alla coltivazione e  commercializzazione di clementine, implementa nuove iniziative. Nasce un impianto di lavorazione del prodotto, che viene confezionato e ceduto alla grande distribuzione nazionale. La proprietà comprende anche un antico borgo e perfino una chiesetta, dove la domenica si può tuttora seguire la messa. Un luogo incantevole e speciale dove venivano ospitati  amici da tutto il mondo. Visto il successo, perché non valorizzare il sito  economicamente  ed aprire un altro filone d’impresa? Maria Pia Tamaro – assistita  dai figli Giorgia, Giuseppe, Giulia e Gaetano – inaugura “Casa Solares”, una casa per ospiti davvero piacevole, immersa nel verde, dove l’accoglienza è un “must”. Un luogo dove gli ospiti possono trascorrere una vacanza all’insegna di mare e campagna, sentirsi a proprio agio e rilassarsi. La spiaggia attrezzata, prospicente le limpide acque del mare Jonio, è a pochi passi. Il programma estivo di Casa Solares comprende, inoltre, svariate attività ricreative, di svago e sportive. Si può fruire di un’area spa con piscina, sauna e zona massaggi. “Per i pasti -dice Maria Pia-  utilizzavamo inizialmente la cucina di casa”, ma l’espansione del business richiede qualcosa di più.  Così, nel 2008 nasce il ristorante “L’Aranceto”, con 150 coperti, che Roberto, il giovane chef, riesce presto a far affermare, offrendo piatti di pesce e ricette tipiche della cucina di Calabria, utilizzando  i prodotti coltivati in azienda.

 

 

Rossano, “U mmit e san Giusepp”: tra storia e tradizione

Ci sono tradizioni che sembrano fermare il tempo. Ripercorrerle è necessario, affinchè non muoiano mai. E come si suol dire “Paese che vai Tradizione che trovi”,a Rossano nel giorno della Vigilia di San Giuseppe – che il calendario festeggia il 19 marzo – in molte famiglie rivive una ricorrenza che affonda le sue radici nella storia.”U mmit e San Giusepp“, l’Invito di San Giuseppe, è un rito tradizionale. Ed allo stesso tempo una rievocazione storica. U mmit è l’offerta di taddjarin e cicer, tagliolini e ceci, che la tradizione vuole rigorosamente fatti a mano. E poi donati per devozione al vicinato o alle persone più indigenti. La storia racconta che il primo “invito” ha origine, con molta probabilità, nelle contrade rossanesi. Dovrebbe risalire al periodo del primo conflitto mondiale. Quando tra povertà e carestia,una mamma chiese la grazia a San Giuseppe. Il ritorno del suo amato figlio dalla Prima Guerra. Del resto non dimentichiamoci che al conflitto mondiale appartengono molte ricorrenze e tradizioni antiche. In quel cordone quasi inscindibile che lega il popolo ai suoi santi e patroni.San Giuseppe è particolarmente venerato nella nostra terra di Calabria, considerato il padre putativo di Gesù. A lui si devono prodigi e protezioni e non c’è paese, rione,  contrada che non abbia il suo simulacro.

U MMIT E SAN GIUSEPP: LA TRADIZIONE ROSSANES

è nel dono che risiede tutta l’importanza de “U mmit”. Un tempo la disparità economica e il divario sociale erano molto più evidenti, rispetto ad oggi. Nelle famiglie rossanesi e del territorio circostante, piatti e pentoloni colmi di  taddjarin e cicer fumanti e profumati, venivano offerti alle famiglie più bisognose. Quelle benestanti e possidenti poi donavano agli ospizi o agli orfanelli. C’era chi si vedeva bussare alla porta con le mani protese per ricevere “u mmit”. E c’erano donne caritatevoli e generose, come Donna Maria Labonia  che faceva del giorno della vigilia una vera festa per tutta la zona Foresta. Con la processione del Santo che percorreva l’intera contrada. E così che  “U mmit e San Giusepp” di Donna Maria Labonia appartiene alla tradizione rossanese. E poi c’erano le  “Monac e Vulanzun” sorelle suore che, vivendo totalmente di carità, nel giorno de U mmit ricevevano pentoloni pieni di  taddjarin e cicer. Le due sorelle erano note nel paese in zona Cappuccini perchè raccoglievano i bimbi trovatelli e abbandonati. Pratica molto in uso fino agli anni ’60.

 

 

 

TRADIZIONI SAN LORENZO BELLIZZI

Tra le feste che animano questo piccolo centro, la più curiosa e misteriosa e “Ungavedarotte” che si festeggia l’ultima domenica di carnevale. Consiste che una persona è prelevata a sua insaputa avvolta con un mantello o cappa nera, caricato su un asino o mulo ed è portato in giro per il paese, accompagnato da suonatori con antichi strumenti e altri improvvisati fino sulla soglia di casa.Pochi conoscono la sua identità solo alla fine è scoperto e festeggiato con tipici piatti a base di salumi locali, annaffiato da buon vino.  Altra festa molto sentita e quella di San Rocco che si festeggia il 24 Agosto. Il Santo è portato in giro per le vie del paese, con al seguito strane costruzione di legno a più piani ornati da fiori e nastri colorati sono chiamati i Cirji. portati in testa dalle donne durante la processione in segno di devozione, per grazie ricevute o da ricevere La festa più frequentata è quella del Santo Patrone. Tutti gli emigranti sparsi per il mondo, arrivano in questa occasione, che cade il giorno 10 Agosto. I festeggiamenti iniziano il giorno otto, con la fiera del bestiame e raggiunge il suo culmine il giorno 10, con balli fuochi e gran mangiata. E’ una festa da non mancare assolutamente, per chi si trova in vacanza in Calabria. “S. Anna” (ultima domenica di luglio): festa religiosa in onore di S. Anna che si svolge nei pressi dell’omonima chiesetta in località Falconara nel cuore del Parco. “Corpus Domini” (giugno): in quasi tutti i vicinati vengono costruiti piccoli altari (decorati con nastri , lenzuola ,coperte, fiori e piante) dedicati al SS. Sacramento.  Altra festa forse la più importante di tutto il mezzogiorno è la festa della Madonna di Pollino.

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 Le famiglie albanesi commemorano i defunti

“Per shpirten e prigatorvet…ndie Zot”.

di Vincenzo Librandi


Vaccarizzo Albanese – “Ndie -Zot – Picihudhra” con quest’ antichissima supplica, a mo di grido, che s’innalza, alle prime luci dell’alba, in tutti i paesi albanesi d’Italia, si festeggia sabato 14 Febbraio, con una settimana d’anticipo rispetto alle millenarie tradizioni, per la coincidenza, del prossimo sabato, della “Candelora”, la commemorazione dei defunti (te
vdekurat).
In tutta la “Diaspora” dei paesi albanesi, dislocati in varie regioni meridionali italiane, infatti, la prima settimana liturgica di febbraio è sempre stata dedicata, con sentita ed appassionata dedizione alla “festa” dei morti. Per tutta la settimana ed in ogni casa sono tenute accese, notte e giorno, generalmente sul davanzale del caminetto, delle candele o dei tipici lumi alimentati ad olio, dal caratteristico odore, con lo scopo d’illuminare la venuta dei morti nei luoghi a loro più
cari; si crede, infatti, che Gesù Cristo dia il permesso alle anime dei defunti di uscire dall’oltretomba per ritornare, proprio nei giorni di questa settimana, nei posti dove, precedentemente, sono vissuti.

Per come prescrive il “tipikon” del rito greco-bizantino questa commemorazione dei defunti di tutti i discendenti di Scanderberg (eroe albanese, strenuo difensore della cristianità contro l’
invasione turca del Quattrocento) è tenuta il sabato di una settimana prima di Carnevale o a quindici giorni dalla quaresima, perché, fin dai tempi più antichi (dal 17 Gennaio 1468 quando,
con la morte di Scanderberg si ha la terza migrazione e la fondazione delle comunità albanesi del cosentino) gli albanesi d’ Italia sono soliti ricordare, prima dell’inizio di tutte le feste dell’anno, (per alcuni, prima dell’inizio della primavera)  per sette sere  consecutive – le settene – i loro cari “Prigatort”(defunti).
In tutte le più agiate famiglie albanesi, sin dal venerdì sera s’incominciano a preparare, su un gran tavolo, i più svariati e tipici prodotti alimentari quali: grano bollito (picihudhra),pasta e ceci, abbondante olio fino, vino e denari che vengono distribuiti in suffragio dei defunti alle moltissime persone, i più bisognosi e soprattutto ai bambini, che oggi, sabato 26 Gennaio, alle prime luci dell’alba, con il canto dei galli, si presenteranno a bussare in tutte le abitazioni del paese intonando il grido tramandato da secoli di: “Ndie-Zot” (Aiutali – Signore).
Non solo i poveri sono “autorizzati”, oggi, per questo sacro giorno, a chiedere l’elemosina per le anime del purgatorio – “per shpirten e prigatorvet lipijen picihudhrin” – ma anche i più ricchi che per un “ex voto” vogliono, così facendo, umiliandosi, ringraziare la volontà del Signore che li ha risparmiati fino aquel giorno.
Tutti gli arbereshe, (italo-albanesi) sicuramente ricorderanno che da bambini, almeno per una volta, hanno partecipato alla cerimonia del “ndie Zot” ed emozionante ed incancellabile rimane,
da adulti, rammentare il travaglio della “precedente notte in bianco”. E la memoria diventa più forte quando si rievoca la facilità, dopo un primo tormento interno per l’impatto della prima “bussata”, di come si potesse chiedere ed ottenere, almeno per quella volta, in quell’occasione che si ricordavano i defunti, una qualche cosa che doveva servire per intercessione dei morti. Anche per questo si “viaggia” su questa terra.
Nel corso della stessa mattinata di sabato si tiene conto di distribuire, inoltre, tra le famiglie del vicinato “gjtonja”, con una cerimonia detta “Maltezit”, dei panini di farina di grano”picatullin”, dalla forma allungata con sopra il simbolo della croce ed un segno lasciato sopra da un pizzicotto delle dita che è il simbolo del pane dei morti, che si preparano proprio e solo
per questa ricorrenza.
Al primo suono delle campane, intorno alle otto, sempre dello stesso sabato, e senza proroga, il “Ndie-Zot-Picihudhra” termina.

I ragazzi, contenti, contano i soldi ricevuti, le persone più povere, oltre ai denari, le “cibarie” (olio, vino, formaggi, salami) con le quali, ancora oggi, possono riempire le credenze vuote, e tutte le altre famiglie si recano in chiesa a partecipare la Messa “grande” che il Papas (prete) celebra in suffragio dei defunti.
Di spettacolare importanza rimane il rito detto del “Trisaghion”. Durante la Messa del mattino, sopra un tavolino posto davanti all’altare e alla croce, si predispone un piatto stracolmo di
“Collivi”, un dolce a base di frumento cotto e condito con tanti ingredienti (olio, sale, pepe, aglio) che variano con l’usanza del posto. I “Collivi” rappresentano, per tutti gli albanesi, il
simbolo della vita e della Resurrezione: così come il grano deve essere sotterrato per germogliare, anche coloro che sono morti nel nome del Signore devono essere prima tumulati per poi essere felici nella resurrezione e nella beatitudine eterna.
Finita la cerimonia religiosa della Messa, tutta la popolazione, composta e silenziosa, in una lunga, partecipata e suggestiva processione, recando in mano fiori e candele, il più delle volte
accese, si dirige, con in testa il “Papas”, o sacerdote di rito greco-ortodosso, verso i luoghi sacri della tumulazione per rinnovare l’antica tradizione del culto dei morti. Al seguito anche la banda musicale del luogo che per tutto il tragitto esegue delle commoventi suonate.
Giunti al cimitero, poco distante dal paese, toccanti lamenti, soprattutto femminili, si elevano al cielo per implorare nostro Signore: “Jipi rripoz, oj Zot – Jipi rrecet – te vdekurvet jipi
drite – tek jetra jete – Zot, moi Zot – mos na bandunar – se nder kta pen – ket na librarsh”. (Dai riposo, oh Signore – dai ricetto – ai morti dai luce –  nell’altra vita – Signore, oh Signore – non ci abbandonare – che da queste pene – ci develiberare).
In ogni tomba del cimitero, senza trascurarne alcuna, un’ orazione, una candela, un fiore, il ricordo degli amici e dei parenti; il “papas”, alternato dalle suore, dietro ricompensa non richiesta, dopo aver acceso delle candele, recita a voce alta, in greco antico o in albanese delle preghiere che, secondo riti e tradizioni, dovrebbero intercedere presso nostro Signore in favore dell’estinto.
Nel pomeriggio dello stesso giorno di sabato, avviene un’altra emozionante cerimonia detta della “Panagja dei morti”, che, ancora oggi rimane il simbolo della resurrezione dei corpi e dell’ immortalità dell’anima. Le famiglie, che hanno avuto di recente dei lutti, preparano una gran quantità di grano bollito che poi dispongono a guisa di cupola su un gran tavolo coperto da una
tovaglia di lino bianco, con una candela spenta e un gran pane casereccio.  Arriva il prete (Zoti) che, vestito dei paramenti sacri, prende la candela e la dispone in mezzo al grano; legge le
orazioni e benedice il frumento, accende la candela che poi spegne immergendola tra i chicchi di grano bollito. Poi benedice il pane, lo taglia a piccoli pezzi e lo distribuisce con il grano fra i presenti avvolti dall’incenso (familiari e parenti del defunto e, ovviamente, le “comari” della gjtonja) che iniziano così il sacro rito della consumazione del pasto dei morti; infine altre preghiere e nenie religiose vengono innalzate a favore dell ‘estinto.
Antichissime tradizioni albanesi, che da qualche decennio hanno anche un seguito, quando durante la serata si riuniscono gli amici di sempre, davanti al gran tavolo imbandito con “ogni ben di Dio” e, naturalmente, del buon vino di stagione; ricordano, banchettando, gli amici, quegli altri che non ci sono più e che ora, in cielo, pregano anche per loro.
Tradizioni e culture, monito per le future generazioni, che vorremmo trasmettere ai nostri figli e ai nostri lettori affinché questi antichissimi usi di un popolo ancora più antico, di discendenza illirica, non vadano perduti.

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